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Buone cose di pessimo gusto al Festival di Venezia: di cene, cantanti, amari vintage e carrelli

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Momenti di serendipity hanno unito cene al di fuori della cerchia di ristoranti del "giro buono" e il gran bel film di Emma Dante visto in concorso. Mentre la critica trova nuovi pretesti per discutere.

Buone cose di pessimo gusto al Festival di Venezia: di cene, cantanti, amari vintage e carrelli

Ieri sera ero a cena con alcune amiche e amici in un posto non particolarmente chic e mondano del Lido, ma che mi attrae in maniera irresistibile proprio per questa ostentata aria dimessa e priva di ambizioni.
Ieri sera, in questo ristorante, oltre alla nostra, si teneva una cena un po' particolare: nella sala più ampia del locale, a un lungo tavolo a ferro di cavallo sedevano bizzarri personaggi, mentre sul lato opposto campeggiavano un mixer e dei microfoni.

Per farla breve: si trattava di una specie di viaggio premio al Lido, durante i giorni del Festival, cui partecipava una nutrita comitiva di sconosciuti cantanti messi sotto contratto da un impresario bolognese che, probabilmente, li spedisce per feste e sagre, o li piazza in palinsesto su qualche rete locale di terzo ordine. E, a turno, tra una portata e l'altra, tutti questi artisti (si fa per dire) si esibivano nelle loro canzoni deliziando la nostra cena. Tra loro, una fantomatica "Mister Donatella", come è stata presentata da una maestra di cerimonie che desidererei ardentemente avere come mia guru motivazionale.

Per farla brevissima: sembrava di stare in un film di Maresco, ma senza il dialetto siciliano.

Ora, sarà stato per il locale e il suo menù, sarà stato per questo spettacolo di cui siamo stati felicemente spettatori (non c'è alcuna ironia, in questo "felicemente", sia ben inteso), ma tra i vari argomenti di conversazione trattati al nostro tavolo c'è stato anche quello che riguardava piatti e bevande che evocano immediatamente un passato più o meno mitico: dalle pennette alla vodka ai tortellini panna, piselli e prosciutto, passando per Cynar, Biancosarti e Amaro 18 Isolabella.

Immaginerete la mia sorpresa quando stamane, vedendo Le sorelle Macaluso di Emma Dante, il film più vitale e commovente visto qui al Lido in questi giorni, ossessivamente attaccato a tante buone cose di pessimo gusto infilate dentro la casa delle protagoniste (io mi sono innamorata di una credenza che, mi ha raccontato Emma Dante, avevano recuperato da una discarica davanti al palazzo dove hanno girato il film), ho scorto proprio una bottiglia di Amaro 18.
(per la cronaca: con l'Amaro 18 Isolabella non si fa lo spritz, o almeno non credo; col Cynar sì, ed è anche meglio delle altre robe che ci si mettono dentro di solito.)

Nel mentre di tutto questo, per le strade, a tavola e sui social (soprattutto sui social, ahinoi), la critica più militante che presidia le proiezioni della Mostra e l'onore dell'Arte Cinematografica si va dividendo su un altro film italiano del concorso: Notturno di Gianfranco Rosi. La questione dibattuta, pare, riguarda un presunto cortocircuito tra etica ed estetica del film. Detto in soldoni: su come vengono fotografate da Rosi le cose e le persone che racconta.
Puntuale e immancabile, è arrivato il riferimento - da un parte e dall'altra delle opposte fazioni - al proverbiale "carrello di Kapò", alla polemica fortissima di Jacques Rivette contro il film di Gillo Pontecorvo e una sua scena in particolare. Se non ne sapete niente, non preoccupatevi: è roba da critici.
Io, sarà che ho sempre fame, ma son più interessata al carrello dei bolliti che a quello di Kapò, o al dibattito su Rosi.
Ci sarà da qualche parte, al Lido, un carrello dei bolliti?



di Alice Bontempi
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