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"Brutto", sporco e cattivo: ecco Clive Owen

Se all’epoca del cinema classico americano il ruolo caratteristico del simpatico ed affascinante “guascone” era affidato a icone dall’aspetto impeccabile come ad esempio Cary Grant, Clark Gable & Co., al giorno d’oggi tale figura viene ricoperta da attori molto meno tirati a lucido come Clive Owen.

"Brutto", sporco e cattivo: ecco Clive Owen

"Brutto", sporco e cattivo: ecco Clive Owen

Se all’epoca del cinema americano classico il ruolo caratteristico del simpatico ed affascinante “guascone” era affidato a icone dall’aspetto impeccabile come ad esempio Cary Grant, Clark Gable & Co., al giorno d’oggi tale figura viene ricoperta da attori molto meno tirati a lucido come Clive Owen. In un cinema che per forza di cose subisce il segno dei tempi, ed elabora continuamente nuove contaminazioni tra i generi, era inevitabile che anche questa schiera di “tipi fissi” subisse determinate metamorfosi. La grande capacità di Owen è stata quella di sapersi muovere con scioltezza attraverso vari generi e produzioni mantenendo comunque uno stile personale e comunque adattabile al contesto.

Pensiamo ad esempio ai due ruoli che lo hanno lanciato a cavallo tra il 2001 e l’anno successivo, e cioè quello del maggiordomo strafottente in Gosford Park e del killer in The Bourne Identity: due personaggi estremamente stilizzati, che raccontano la loro natura attraverso l’azione, ma allo stesso tempo nascondono una psicologia raffinata sotto spoglie molto più “terrene”. Nel corso degli anni Owen ha perfezionato questo tipo di personaggio, ruvido e poco propenso all’eleganza delle buone maniere, ma capace di coniugare alla sostanza un livello di introspezione psicologica degno degli interpreti più capaci: a testimoniare la qualità d’attore arriva la nomination all’Oscar come non protagonista per Closer di Mike Nichols, dove ruba la scena a figure più blasonate del calibro di Julia Roberts, Jude Law e Natalie Portman.

Questo tipo di caratterizzazione viene riproposto con determinate varianti in altri film notevoli come Sin City, Derailed e soprattutto Inside Man, dove Owen dimostra un’insospettata capacità mimica recitando molte scene nascosto dietro una maschera. Ma se dovessimo scegliere un ruolo che racconti meglio delle capacità e del persoanggio che Clive Owen ha sviluppato nel tempo, non avremmo dubbi nell’indicare il doloroso Theo Faron, attivista mosso da ideali perduti in I figli degli uomini, diretto da Alfonso Cuaron nel 2006. Figura triste, vagamente polverosa, che trova nella sua missione il riscatto di una vita, quest’uomo diventa immediatamente veicolo per un’interpretazione di finissima duttilità, che incontra per di più alcuni duetti di grande impatto grazie ad attori del calibro di Julianne Moore e soprattutto Michael Caine.

Arcigno ed insieme carismatico, Clive Owen può contare anche su un’innata simpatia, fattore che al cinema si trasforma in una miscela affascinante e di sicuro impatto: anche quando ha realizzato prodotti di fattura non eccelsa, Owen infatti ne è sempre uscito più che dignitosamente, proprio in virtù del personaggio che ha elaborato nel corso degli anni. Il prossimo Duplicity, recitato nuovamente accanto a Julia Roberts sotto la regia di Tony Gilroy, ne è esempio preciso.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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