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Bruce Dern: il maratoneta del cinema

Uno sguardo ravvicinato alla carriera dello splendido protagonista di Nebraska

Bruce Dern: il maratoneta del cinema

A chi è cresciuto negli anni Settanta non può che fare piacere l'attuale successo di Bruce Dern, classe 1936, vincitore a Cannes della Palma d'Oro come miglior attore per Nebraska e per lo stesso film candidato al Golden Globe e a numerosi altri premi. Gli deve essere costato davvero molto non arrivare mai là dove sentiva di dover stare, relegato in ruoli spesso stereotipati da bad guy mentre l'ex moglie Diane Ladd e la figlia Laura, dotate di minor talento, erano più famose di lui e potevano permettersi di lavorare con David Lynch. Da sempre del resto Dern è uno abituato a parlar chiaro, cosa che forse gli è costata qualche ingaggio importante. Non a caso la sua autobiografia, uscita nel 2007, si intitola “Things I've Said, But Probably Shouldn't Have: An Unrepentant Memoir”, ovvero “Cose che ho detto ma probabilmente non avrei dovuto: memorie incorreggibili”.

Magro e aitante, nipote di un celebre poeta (Archibald MacLeish), rampollo di una famiglia patrizia legata a Frank Delano Roosevelt e più o meno diseredato quando dichiara di voler fare un mestiere disprezzabile come quello dell'attore, col suo cipiglio arrogante e corrucciato a partire dagli anni Sessanta diventa un volto famigliare al cinema e in tv, ma sempre in parti secondarie. Così esprime la sua frustrazione in merito: “I ruoli che mi davano erano quelli che prima di me avevano rifiutato in 15. Diciassette persone rifiutarono 2002: la seconda odissea. Ero nel panico, economico e spirituale. Cominciai a pensare che forse la gente non vedeva quello che facevo, o perché i film erano brutti, o perché magari ero io che non ero bravo”.

Eppure tra i registi che lo amavano c'era Alfred Hitchock, che lo volle in Marnie, in alcuni episodi della sua serie tv e nel suo ultimo film, Complotto di famiglia. Oggi la sua splendida interpretazione in Nebraska del padre cocciuto, introverso e burbero, ma anche generoso e fragile, gli rende in parte giustizia. Maratoneta per passione nella vita, Bruce Dern non ha mai smesso di correre: ora che dopo centinaia di gare arriva primo al traguardo, può finalmente godersela. Di suoi personaggi nel cuore ne abbiamo molti, ma questi sono 5 ruoli – e 5 film – che vi consigliamo di recuperare.

 

I selvaggi (The Wild Angels, Roger Corman, 1966)

Dei film che ha fatto con Corman, di quelli con Peter Fonda e di tutti quelli del periodo hippy, questo è il primo che ha interpretato e in cui lo preferiamo. Nel ruolo del biker Loser (in italiano Kaputt) è al centro della vicenda da vivo... e da morto. Al suo fianco la giovane Diane Ladd, all'epoca sua moglie. Film assolutamente da recuperare.

 

Il re dei giardini di Marvin (The King of Marvin's Garden, Bob Rafelson, 1972)

Il periodo migliore di Dern sono stati gli anni Settanta, inaugurati per lui da questo splendido film, malinconico e realista. Quando lo gira, Bruce ha già interpretato con Jack Nicholson nei Sessanta Il serpente di fuoco e Psych-Out. Qui è il fratello imbroglione di un depresso conduttore radiofonico che cerca di coinvolgere, con conseguenze tragiche, in una truffa nella mitica Atlantic City.

 

Correre per vincere (That Championship Season, Jason Miller, 1982)

10 anni dopo, Bruce Dern affianca Stacy Keach (il bullo suo persecutore in Nebraska), Paul Sorvino, Robert Mitchum e Martin Sheen nel film bello ma sfortunato che l'attore e regista Jason Miller (il padre Karras de L'esorcista) trae da una propria celebre pièce teatrale premiata col Pulitzer. E' un buddy movie amaro sulla crisi di mezza età di un gruppo di amici, ex campioni liceali di basket di una cittadina della Pennsylvania, che si ritrovano col loro allenatore per rinverdire gli antichi fasti. Bruce Dern nel ruolo del sindaco estroverso, in piena campagna per essere rieletto, è come al solito impeccabile

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L'erba del vicino (The 'burbs, Joe Dante, 1989)

Joe Dante è il regista che più ha saputo valorizzare il talento comico e slapstick di Bruce Dern. Partendo proprio da questa commedia un po' horror, con un Tom Hanks decisamente insolito, sulla paranoia suburbana e sui rapporti di “buon vicinato”. Nel film, Dern è il tenente Mark Rumsfield, un veterano che anche in borghese sfoggia i parafernalia del grado, e che potrebbe essere la versione comica e demenziale del suo ruolo candidato all'Oscar in Tornando a casa. Per Dante, Dern appare anche in The Hole e dà la voce a uno dei soldatini del commando Elite di Small Soldiers, ma qua è davvero irresistibile.

 

Il grande Gatsby (The Great Gatsby, Jack Clayton, 1974)

Per ultimo lasciamo il ruolo in cui per noi resta inarrivabile: se c'è qualcosa in cui la fedelissima versione al romanzo originale di Francis Scott Fitzgerald realizzata da Jack Clayton e adattata per lo schermo da Francis Ford Coppola, batte nettamente la rilettura di Baz Luhrmann, è il casting. Non solo quello dei personaggi principali, ma forse e soprattutto quello dei comprimari, “abitati” da caratteristi carismatici come Scott Wilson, Karen Black, Sam Waterston, Lois Chiles e appunto lui, Bruce Dern. Non si ha nessuna difficoltà a credere al suo Tom Buchanan, sportivo e milionario, che con la sicurezza e l'arroganza della vecchia ricchezza compra quello che vuole e disprezza chi non è come lui. Una performance ricca di sfumature, affascinante e multidimensionale alla quale il pur bravo Joel Edgerton non riesce nemmeno ad avvicinarsi.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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