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Bright Star, il film di Jane Campion presentato in Concorso a Cannes 2009

Jane Campion torna a Cannes, dove non era presente dai tempi di Lezioni di piano, con un film che racconta l’appassionata e travagliata storia d’amore tra il giovane John Keats e la sua amata e musa ispiratrice, la giovane Fanny Brawne. Cerca la poesia, trova (forse) altro.


Bright Star, la recensione del film di Jane Campion presentato in Concorso a Cannes 2009

Jane Campion torna a Cannes, dove non era presente dai tempi di Lezioni di piano, con un film che racconta l’appassionata e travagliata storia d’amore tra il giovane John Keats e la sua amata e musa ispiratrice, la giovane Fanny Brawne. Cerca la poesia, trova (forse) altro.

Il tentativo di Bright Star è chiaro ed evidente. È stato quello di raccontare la storia d’amore intensissima e travagliata tra John Keats e la sua amata e musa ispiratrice Fanny Brawne con modalità che riuscissero ad evocare il senso, lo spirito, il romanticismo e la splendida dolenza delle opere del grande poeta inglese. Faccenda non di poco conto, va riconosciuto. Così come va riconosciuto che, per quanto riguarda questo specifico aspetto, la Campion sia riuscita a portare a casa un risultato complessivamente sufficiente. Ben supportata dai due giovani protagonisti, Ben Whishaw e soprattutto una Abbie Cronish indubbio centro del racconto (ci sarebbe da citare anche Paul Schneider nel ruolo dell’amico “fidato” di Keat: ma se lui è bravo, la sua parte non è ben costruita) e dall’ispirazione tratta dalle parole di Keats (abbondantemente citate), la regista neozelandese è riuscita a raccontare la storia di John e Fanny rifuggendo non tutte ma la maggior parte delle trappole melense che un melodramma di questo inevitabilmente porta con sé. Ed il risultato complessivo riesce a comunicare la forza e l’intensità del sentimento provato dai due giovani, perlomeno in potenza.

Certo però che dal punto di vista formale e strutturale, al contrario, la Campion ha abusato di un repertorio manierato e stereotipato, che alterna tentativi di rendere algidi gli ambienti nei quali quest’amore contrastato nasce e si sviluppa, risultando invece rigida e legnosa, a momenti dove si sfocia in una sorta di frenato barocchismo agreste che risulta davvero stucchevole. Ed in quadri di questa natura, alla potenziale dirompenza emotiva della storia viene applicata una sorta di inconsapevole ma pesante sordina che ne inibisce l’efficacia. Stessi problemi nascono poi da una durata eccessiva, figlia dell’incapacità di staccare la spina del racconto nel momento più efficace e di indugiare troppo su alcune reazioni perfettamente abbandonabili al territorio dell’implicito e del sottinteso, e invece esplicitate per via dello “specifico femmineo” del punto di vista di cui il film si vorrebbe far forte.

Se la poesia è (anche) equilibrio e misura, capacità di scegliere tempi, parole, ritmi, Bright Star è lontano dall’aggettivazione di “poetico”. È magari un film riuscito in alcuni aspetti, apprezzabile da chi ama certi film in costume o certi melodrammi sentimentali, questo glielo si concede. Ma la poesia (dell’amore, del sentimento, del racconto) è un’altra cosa.

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