Bohemian Rhapsody: visto da un grande fan dei Queen

-
332
Bohemian Rhapsody: visto da un grande fan dei Queen

Non ho mai recensito un film - e va bene così, perché mi occupo di musica - ma questa volta mi sono preso l’impegno come fan della band e motivo per cui ho cominciato a dedicarmi alla musica.
Era un anno che aspettavo l'uscita di Bohemian Rhapsody (anche incuriosito dal protagonista Rami Malek, che ho potuto apprezzare nella serie Mr Robot) e che mi interrogavo sul taglio che avrebbe preso, se quello di una storia romanzata oppure la direzione di un docu-film (in effetti, non l'ho ancora ben capito).

La mia impressione è che sia un film davvero ben fatto, che riassume a grandi linee la storia di uno dei gruppi musicali più influenti al mondo dopo i Beatles (sin da piccolo ho sempre visto i Queen come una versione del quartetto di Liverpool con maggiori capacità strumentali), e che sia stato girato a uso e consumo dei fan non troppo convinti della band.

Partiamo con gli attori, tutti bravi e talvolta impressionanti nella riproposizione dei membri della band, basti pensare al chitarrista Brian May interpretato da Gwilym Lee, praticamente indistinguibile dall'originale, tanto nell'aspetto quanto nelle espressioni facciali.
Forse il batterista Roger Taylor (Ben Hardy) è quello meno somigliante, sia fisicamente che come grinta.
Per Mercury, il discorso è diverso, in quanto Malek si conferma un ottimo attore che, però, ci consegna un Freddie forse eccessivo, quasi caricaturale.

I problemi cominciano quando ci addentriamo nei meandri della timeline: è perfettamente comprensibile che per esigenze di durata non si possano raccontare accuratamente i 15 anni di storia della band (com'è noto, il film termina con l'esibizione dei Queen al Live Aid, nel 1985), e quindi risulta più che accettabile passare dagli Smile con Tim Staffell (voce e basso) ai Queen con Mercury e Deacon (basso) in cima alle classifiche nell'arco di 5 minuti, ma quello che non si riesce davvero a capire, è la scelta di non rispettare la cronologia dell'uscita dei brani rapportata ai dischi, come Seven Seas Of Rye, Fat Bottomed Girls e in particolar modo We Will Rock You, uscita nell'album News of The World del 1977 e misteriosamente trasportata nei primi anni 80 (con tanto di capelli corti e baffoni). Ovviamente tutto questo "stona" solo per un fan molto informato, ma resta il fatto che non sono chiare le motivazioni di tali imprecisioni.

Si può perdonare l'aver anticipato rock in Rio (che si è tenuto nel 1985), l'aver fatto ricoprire a Jim Hutton - il suo grande amore, eguagliato solo Mary Austin - il ruolo di cameriere (in realtà era un barbiere che Mercury ha conosciuto in un gay club nel 1983), e anche aver messo in scena una rottura all'interno della band che non c'è mai stata (anche perché, se è vero che Freddie ha registrato Mr Bad Guy, sia Taylor che May avevano già pubblicato degli album da solisti) al fine di creare pathos, ma quello che non funziona è la scelta di anticipare la malattia di Mercury: la realtà dei fatti è che nel 1985, il cantante aveva fatto un test per l'HIV ma era risultato negativo. Freddie apprenderà del proprio stato di salute solo nel 1987 e lo comunicherà nel 1989 al resto della band.

Un'altra ragionevole domanda potrebbe essere: si tratta di un film sui Queen o sul loro frontman? Si, perché nel lungometraggio l'apporto degli altri membri della band è quasi inesistente, ma nella realtà i Queen erano molto più di Mercury, così come i Beatles non erano solamente John Lennon.

Il film - di fatto - spende molto più tempo a parlare della vita sessuale del protagonista piuttosto che della sua musica: che Mercury fosse un uomo dai grandi appetiti sessuali è sempre stato di pubblico dominio, ma che poco altro ci fosse nella sua vita a parte orge e festini, è quantomeno esagerato.
C'è da dire che mi sono documentato meglio sul significato del testo di Bohemian Rhapsody (cosa che avevo sempre tralasciato) e ne è emerso che una delle possibili interpretazioni delle parole - quella più attendibile, a dir la verità -, riguarderebbe la presa di coscienza da parte del cantante della propria omosessualità (o bisessualità), e la propria rinascita spirituale; in quest'ottica, l'attenzione dedicata all'attività sessuale del protagonista risulterebbe giustificata.

Ciò che lascia un po' l'amaro in bocca è che, tirando le somme, ciò che emerge del personaggio è una forte solitudine, una grande fragilità e un costante senso di inadeguatezza. Tutto questo oltre a un'insaziabile voracità sessuale e - ovviamente - alle sue inarrivabili doti artistiche: al sottoscritto sembra un po' troppo impietoso.

Passando alla colonna sonora, il film vince a mani basse. Si va dalla geniale sigla della Twenty Century Fox suonata da Brian May con la consueta orchestrazione di chitarre che è da sempre il suo marchio di fabbrica, passando per Doin' Alright (brano coscritto con Tim Staffell ai tempi degli Smile) registrato nuovamente per l'occasione, fino ad arrivare ai 21 minuti di esibizione della band al Live Aid, che non erano mai stati rilasciati in versione audio (ripulita e rimasterizzata).
Ed è proprio con la parte più bella che si conclude Bohemian Rhapsody, la parte che da sola vale il prezzo del biglietto: il Live Aid. La cura maniacale con cui è stata riproposta l'esibizione della band, il pubblico (tutto sommato accettabile con la computer grafica), lo stadio e le movenze degli attori, hanno del miracoloso. Persino i bicchieri di Pepsi poggiati sul pianoforte a coda sono uguali agli originali: un'opera di regia così accurata de lasciare senza fiato.
Ma quindi com'è questo film? Onestamente confidavo in un capolavoro, invece è soltanto un gran bel film.
Imperdibile per i fan della band.

Qui la nostra recensione ufficiale del film Bohemian Rhapsody



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
Lascia un Commento
Schede di riferimento
Lascia un Commento