"Bisognerebbe guardare Il dottor Stranamore ogni giorno": incontro con Katharina Kubrick

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"Bisognerebbe guardare Il dottor Stranamore ogni giorno": incontro con Katharina Kubrick

La seconda giornata del Noir in Festival non rende omaggio solo agli zombie e al capolavoro di George A. Romero La notte dei morti viventi. No, il festival dedicato a uno dei generi letterari e cinematografici più interessanti di sempre ha pensato di festeggiare anche Katharina Kubrick, prima figlia di Christiane Kubrick che ha sempre considerato Stanley Kubrick come il suo vero papà. Nell'anno del cinquantesimo anniversario di 2001: Odissea nello spazio, Giorgio Gosetti, Marina Fabbri e Gianni Canova l'hanno voluta nella giuria che valuterà i film in concorso e le hanno chiesto di incontrare gli studenti della IULM per parlare di suo "padre" e del suo lavoro di location manager, fotografa, attrezzista e arredatrice.
Capelli corti, occhiali, espressione dolce, occhi vispi e un maglione con piccoli lustrini che scintillano di tanto in tanto, Katharina registra il tutto esaurito presso l'Auditorium dell'Università di Comunicazione e di Lingue. Modera l'incontro il regista Federico Greco, che conosce benissimo l'argomento Stanley Kubrick, visto che al regista di Shining ha dedicato nel '99 il documentario Stanley and Us. La conversazione prosegue veloce, dopo un breve montato dei film del maestro, e si parla di una famiglia unita, di un cinema artigianale "di lusso" e di fughe necessarie.

Gli inizi
Ho lavorato per Barry Lyndon come location photographer, avevo 19 anni, ho visto come funzionava un reparto scenografia e mi è piaciuto. Più tardi ho lavorato con Ken Adam per La spia che mi amava, non mi volevano, ma siccome frequentavo la scuola d'arte, mi fu data una chance. Però ero una ragazza e poi ero figlia di Kubrick, per cui dovevo dimostrare di essere 100 volte più brava degli altri. Mi affidarono una serie di incarichi divertenti, come realizzare dei denti di metallo per Squalo, il nemico di James Bond. Feci dei disegni e alla fine realizzarono i denti che avevo progettato.

Perchè Stanley Kubrick amava lavorare con i suoi cari
Intanto era gratis, e poi c'era la fiducia di mezzo, e anche l'amore. La nostra era un'impresa familiare. Christiane l'aveva vista in tv e la chiamò per Orizzonti di gloria, e il resto è storia. Ian Harlan, il fratello di Christiane, lavorava in Svizzera per un'altra azienda e si trasferì in Inghilterra iniziando a collaborare con Stanley. Emmanuel Harlan faceva il fotografo, ha lavorato per Full Metal Jacket come operatore e ha fatto il fotografo di scena per Eyes Wide Shut. A me è stato insegnato a fare foto a 16 anni, Stanley è stato un ottimo insegnante, avevo una mentalità artistica, ho imparato presto.

2001: Odissea nello spazio
All'epoca la fantascienza era considerata di serie b, era tutta mostri, mentre Stanley voleva girare un film serio, filosofico, una storia che avesse come base la concezione dell'umanità dagli inizi a oggi, così cominciò a lavorare a New York, poi andò in Inghilterra e cercò di mettere nel film tutte le nozioni scientifiche più avanzate dell'epoca, e visto che nessuno aveva mai fatto un film del genere, e non esisteva Ia CGI, bisognava fare tutto artigianalmente, con persone che disegnavano e dipingevano. Siccome era roba nuova, tutti avevano campo libero, si poteva sperimentare. Stanley e i suoi collaboratori trascorrevano le giornate in una stanza con pennelli, acqua, colla e colori. Sembrava di stare un po’ a casa nostra e un po’ in un'accademia d'arte. A un certo punto a mio papà è venuto in mente di creare degli extraterrestri e allora mia mamma ha cominciato a lavorare con modelli di argilla, a dipingerli. Il risultato non è stato buono, e quindi tutti i piccoli mostri sono finiti in giardino.

Barry Lyndon
Abbiamo impiegato tanto tempo a girare Barry Lyndon. Ci siamo spostati a Dublino e l'IRA era un vero problema, siamo stati minacciati e Stanley ha pensato: è solo un film, non voglio morire, così la produzione si è spostata a Salisbury in Inghilterra, dove io ho ricominciato a cercare location adatte. Sono stata mandata a fotografare castelli, campagne, case, era divertentissimo. Se non avevo da fare, passavo intere giornate sul set, a ridere degli attori che si ubriacavano e folleggiavano, e l'indomani non si ricordavano le battute. Mio padre era disperato, certe volte ha dovuto fare 40 ciak della stessa scena.

Una richiesta per Stanley se fosse ancora vivo
Forse gli domanderei di portarmi in vacanza. Non gli piaceva fare vacanze, mi sarebbe piaciuto viaggiare di più insieme alla mia famiglia. E’ stato un padre e un marito a tempo pieno, e un fantastico nonno, aveva organizzato la sua vita in modo da poter lavorare da casa. Quando è morto, hanno cominciato a raccontare storie assurde su di lui. Dicevano che era ossessivo, cattivo. Leggere quelle cose per noi è stato doloroso, mi chiedevo: "Ma di chi stanno parlando?". In questi anni la gente ha continuato a riconoscere la grandezza dei suoi film, io oggi ci tengo a dire che era una persona amorevole, che era generoso. Se ci penso bene, non ho richieste da fargli, perché per me è stato un padre perfetto.

Che film girerebbe oggi Stanley Kubrick?
Oggi mio papà si divertirebbe a giocare con la CGI. La situazione politica attuale lo deprimerebbe. Non so che film farebbe se fosse vivo, lui stesso non faceva mai programmi, doveva innamorarsi di una storia ed essere pienamente coinvolto. Gli chiedevano: "Perché ti sei innamorato di questa storia?". "Non lo so" - rispondeva - "è come chiedere a uno che è innamorato perché si sia innamorato, è una cosa che sento dentro".

Il film di Kubrick preferito da Katharina
Credo che bisognerebbe guardare Il dottor Stranamore ogni giorno, perché è una specie di documentario sul nostro presente. Mi piace Eyes Wide Shut perché è un film in cui sono state versate tante emozioni, so che a metà del pubblico di mio padre non è piaciuto, ma lui ne andava fiero, pensava che fosse il suo film migliore. A Barry Lyndon sono legata perché ci ho lavorato tanto. Ogni film di Stanley Kubrick ha uno spazio nel mio cuore, non posso essere obiettiva.

Stanley e Jack Torrance
Stanley non era Jack, ma rimpiangeva di non esser uno scrittore. Non poter inventare e scrivere una storia lo faceva sentire frustrato, però gli piaceva riadattare i copioni, non per dare fastidio agli sceneggiatori, ma per andare incontro agli attori. Lo fece, per esempio con Shining, perché era convinto che l'apporto del cast al film fosse fondamentale. Anche per questo gli attori adoravano lavorare con lui.



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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