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Bifest 2013 - dall'ironia di Frears al linguaggio da strada di Razzabastarda

Prima di abbandonarsi alla musica suonata dal quartetto protagonista di A Late Quartet, il pubblico del Festival di Bari ha preso lezioni di cinema dal britannico Stephen Frears, per poi fare un salto nella Latina di Razzabastarda.


Una delle caratteristiche dei festival diretti da Felice Laudadio, dal glorioso Taormina Film Fest al recentissimo Bifest, sono le master class di cinema.
In nome della necessità di condividere con un pubblico di studenti e giornalisti un know how sui vari mestieri del cinema, il fondatore della Casa del Cinema è sempre riuscito ad attirare, su palcoscenici teatrali o sale di proiezione, i più importanti registi e attori italiani e internazionali.

In questo 2013, a Bari, è salito in cattedra, in rappresentanza della Gran Bretagna, Stephen Frears, che con la sua rinomata avversione per le interviste ha messo un po’ in difficoltà il moderatore dell’incontro.
Dopo aver esordito dicendo “Se volete sapere come scelgo i film, chiedetelo al mio psicanalista”, il regista ha parlato degli inizi della sua carriera: “Non ho mai voluto fare il regista. In realtà volevo diventare un avvocato. Un giorno andai a teatro e dopo una conversazione con Karel Reisz e Lindsay Anderson, mi resi conto che, dirigendo un film o una pièce, ci si poteva guadagnare da vivere. Così, forte della lezione del Free Cinema, che mi aveva insegnato non solo a fare film ma anche a vivere, mi buttai”.

A proposito del lavoro con gli attori, Frears ci tiene a sottolineare la sua scarsa propensione per le prove: “Non sono come Elia Kazan, che dava un’importanza sacrale al processo creativo degli attori. Se scelgo un attore, è perché so che non mi deluderà. Quando arrivo sul set, mi aspetto che ognuno faccia il proprio dovere. Per lavorare con me un attore deve prima di tutto essere sexy. Prendete Michelle Pfeiffer. Ne Le relazioni pericolose John Malkovich si innamora di lei. Quando l’ho vista ho capito che anche io mi sarei innamorato di lei. Helen Mirren, invece, l’ho scelta perché mi metteva in soggezione, e quindi era una perfetta regina Elisabetta. Ad alcuni attori mi tocca fare da badante, altri mi temono. Bruce Springsteen, per esempio, era terrorizzato da me, confesso che l’ho fatto piangere”.

A Stephen Frears va il merito di aver lanciato, in My Beautiful Laundrette, l’attore premio Oscar 2013: “Quando mi apprestavo a dirigere quel film, non ero ancora un regista conosciuto e potevo permettermi solo attori a buon mercato. Daniel Day-Lewis costava poco. E’ un attore fantastico. Era più giovane di me e aveva un’energia incredibile. Abbiamo lavorato insieme in uno dei momenti più importanti per il cinema inglese. Tutto stava cambiando. Per fare una rivoluzione ci vogliono registi e attori speciali. Daniel era speciale, è stato l’Anna Magnani d’Inghilterra”.

Più conciliante di Stephen Frears è stato Alessandro Gassman, che abbiamo incontrato prima della presentazione del suo esordio nella regia Razzabastarda.
Adattamento dello spettacolo teatrale "Roman e il suo cucciolo", a sua volta ispirato alla piéce "Cuba and His Teddy Bear", il film è un’opera innovativa e interessante da un doppio punto di vista: estetico ed etico.
Ambientata in un non-luogo che sappiamo essere Latina, è stata girata in un bianco e nero volutamente sporco che rende epici, se non archetipici, personaggi dai contorni definiti: “Ho sempre immaginato questa vicenda in bianco e nero anche quando ero a teatro. Là non potevo farlo, qui invece sì. Quando abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura con Vittorio Moroni, abbiamo ragionato in bianco e nero. Ci sembrava che questa scelta fosse pienamente coerente con il linguaggio della strada parlato dai personaggi e con la durezza delle loro vite”.

Storia di un rumeno che, pur spacciando cocaina, è devoto alla Madonna e spera in futuro senza droghe e delinquenza per suo figlio Nicu, Razzabastarda nasce non soltanto dall’osservazione di una realtà disagiata, ma anche da un augurio: “Bisogna continuare a informare la gente e occorre rendersi conto che questo è un paese che non può tornare indietro, non può più essere l’Italia dove siamo tutti italiani. Diventerà un paese sempre più misto. Siamo un mix di etnie e culture già da un secolo e continueremo a mischiarci, diventeremo sempre più belli e mangeremo cibi più vari. Dobbiamo ricordarci che i cinque milioni di stranieri che vivono in Italia permettono al nostro paese di andare avanti”.

Qualcuno si è chiesto perché Alessandro Gassman non abbia affidato il ruolo di Roman a un attore rumeno, invece di interpretarlo lui stesso. “Ho dentro di me molte delle cose del personaggio. Ho avuto un periodo della mia gioventù, fra i quattordici e i diciotto anni, in cui ho avuto problemi comportamentali abbastanza gravi che mi hanno portato poi a sfogare tutto nello sport. Conosco bene, quindi, la violenza cruda e stupida. Roman è stupido, è profondamente stupido, ignorante, però, al contrario di me a quattordici anni, ha un grandissimo cuore. Lo dimostra l’affetto che ha per il figlio.  E’ stato questo l’aspetto che mi ha fatto innamorare della sua storia e che ha commosso circa duecentomila persone a teatro”.

Se Razzabastarda ci rimanda a un ambiente ostile e degradato, il film della sezione Anteprime Internazionali A Late Quartet sceglie una location decisamente più rassicurante e sofisticata: una New York tutta Central Park e culture-friendy che rimanda esplicitamente a Woody Allen.
La vicenda ruota intorno alla crisi creativa ed esistenziale di un quartetto d’archi che, dopo venticinque anni di fulgida attività, è costretto a far fronte alla malattia di uno dei componenti e alle gelosie fra gli altri tre.
Più ricercato nella forma che nel contenuto, un po’ a svantaggio di personaggi che si producono in dialoghi forse troppo carichi di pathos, il film trae giovamento sia da un crescendo drammatico che riproduce proprio i movimenti di un quartetto che da un cast di ottimo livello: Christopher Walken ha finalmente la possibilità di interpretare un uomo schivo, misurato e silenzioso, mentre gli accessi d’ira e le lacrime toccano a un Philip Seymour Hoffman di cui non si può che dire bene.

Trascinato dalla melodia dell’Opus 131 di Beehetoven, il pubblico del festival sembra aver gradito molto il film, complice anche la suggestiva atmosfera del luogo della proiezione: il redivivo Teatro Petruzzelli.

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