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Bernardo Bertolucci: una grande passione per il cinema e per la vita

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Ricordiamo il regista oggi scomparso con queste note sparse sulla sua carriera, da Pasolini ai grandi film dal respiro epico, con uno sguardo sempre incentrato sui rapporti umani.

Bernardo Bertolucci: una grande passione per il cinema e per la  vita

Quando scompare un regista come Bernardo Bertolucci  sembra pleonastico e un po’ imbarazzante scrivere un classico coccodrillo che ne racconti le imprese, la grandezza e quello che ci mancherà. Perché uno come lui, così immerso nella vita, anche quando da anni era costretto su una sedia a rotelle per un intervento mal riuscito, rifiuta anche da morto di farsi rinchiudere in un santino ad uso e consumo dei più. È difficile raccontare la passione, le molteplici influenze, lo sguardo cinematografico di un artista nato in un ambiente culturale privilegiato - figlio del grande poeta Attilio Bertolucci e fratello di un regista sensibile come il più giovane Giuseppe Bertolucci, che ci ha lasciato dal 2012  – che dalla pagina scritta era passato al cinema grazie all’incontro con Pier Paolo Pasolini, di cui è aiuto regista in Accattone e da una cui sceneggiatura realizza il primo film, La commare secca.

Poi arrivano i film generazionali, politici, come il titolo profetico Prima della rivoluzione (1964) e Partner (1968), che riadatta Il sosia di Dostoevskij ai tempi del ’68, ma anche il soggetto di C’era una volta il West, che dà già l’indicazione delle sue future aperture verso un cinema epico e di grande respiro. Nel 1970 porta sullo schermo l’opera di un altro intellettuale di cui è amico e a cui si sente affine, Alberto Moravia. Il conformista, con Jean-Louis Trintignant e Stefania Sandrelli, resta uno dei suoi film più politici e riusciti. Nello stesso, fertilissimo anno, arriva sullo schermo anche La strategia del ragno, da un racconto di Jorge Louìs Borges, con Giulio Brogi e Alida Valli.

Poi, due anni dopo, la sua fama esce dai cinema d’essai per diventare protagonista di uno degli scandali italiani più celebri per motivi tristemente ridicoli: le note accuse di oscenità, la denuncia, il sequestro della pellicola e la condanna al rogo, nell’Italia puritana e democristiana fanno di Ultimo tango a Parigi il film da vedere a ogni costo. Persone che mai si sarebbero accostate al suo cinema fanno la coda per vedere Marlon Brando possedere con disprezzo Maria Schneider, senza capire nulla della storia ma titillati dalle allusioni al burro e a pratiche sessuali di cui non si può ancora parlare apertamente. Per fortuna il film conosce svariate riedizioni e e proprio nell’aprile quest’anno, al Bari International Film Festival, Bertolucci ne ha parlato in una masterclass, e, qualche settimana dopo, in occasione di un incontro a casa sua con un ristretto gruppo di giornalisti.

Per chi scrive queste note, però, per motivi anagrafici, il primo incontro col cinema di Bernardo Bertolucci è stata l’epopea emiliana di Novecento, in cui il regista tornava alle origini per raccontare in due parti una storia di lotta di classe e generazionale della sua terra, contadini da un lato e padroni dall’altro, e le conseguenze dell’arrivo del fascismo. Un film di raro splendore visivo, fotografato da Vittorio Storaro, a tratti quasi intollerabile e con scene di una violenza mai vista fino ad allora. Robert De Niro e Gerard Depardieu sono nominalmente i protagonisti nei ruolo dei figli primogeniti, il ricco Alfredo e il contadino Olmo, e i patriarchi sono Burt Lancaster e Sterling Hayden, ma a rubare la scena sono i due terribili Attila e Regina di Donald Sutherland e Laura Betti, fascisti perversi e crudeli, le cui azioni si imprimono indelebili nella memoria di chi vede il film all’epoca, soprattutto se adolescente. Anche Novecento è tornato in sala quest’anno col restauro della Cineteca di Bologna, a dimostrazione che fortunatamente il cinema di Bernardo Bertolucci, a differenza di quello di molti suoi colleghi, era tutt’altro che dimenticato.

Tre anni dopo questo storico affresco giungeva La luna, film interessante, dove però il melodramma di una storia incestuosa e i temi lirici non sono gestiti al meglio, seguito nel 1981 da un grande e un po' dimenticato film come La tragedia di un uomo ridicolo, con un Ugo Tognazzi superlativo nel ruolo di un industriale parmense a cui viene rapito il figlio, che vince il premio come miglior attore al festival di Cannes. Sei anni dopo, nel 1987, esce il suo film più celebre e spettacolare, L’ultimo imperatore, scritto – come i successivi Il tè nel deserto e Piccolo Buddha – assieme al cognato Mark Peploe e basato sull’autobiografia di Pu-Yi, che vince ben 9 Oscar, altrettanti David di Donatello e il premio della Directors Guild of America come miglior regista. Primo film di un regista occidentale girato all’interno della Città Proibita, con un numero incredibile di comparse, è un gigantesco affresco che affascina il pubblico internazionale e che dimostra l’evoluzione di un regista che partendo dalla realtà del proprio Paese arriva a raccontare la storia di un mondo in apparenza agli antipodi del nostro. 

L’avventura internazionale prosegue con Il tè nel deserto, dal libro di Paul Bowles, molto amato dalla critica, e Piccolo Buddha, sontuoso omaggio del regista alla filosofia che pratica da anni. Anche nel quadro grandioso ed epico, che alcuni paragonano a De Mille e altri a David LeanBertolucci non trascura mai la storia intima. Nel 1996 torna a dimensioni più contenute, ma umanamente ricche, con Io ballo da sola e due anni dopo firma L’assedio, scritto con la moglie Claire Peploe. Poi, una pausa di 5 anni, anche per problemi di salute, e arriva The Dreamers, da un racconto di Gilbert Adair, cun film sull’esplorazione dei rapporti tra tre giovani protagonisti, rinchiusi in un appartamento prima della rivoluzione del '68, che lancia i talenti di Eva Green, Louis Garrel e Michael Pitt. Non sono temi nuovi per lui, che li affronta però sempre con sguardo diverso.

Dopo una lunga pausa, torna alla regia (e a vivere, come racconta in conferenza stampa) nel 2012 con quello che resterà il suo ultimo film, Io e te, dal romanzo di Niccolò Ammaniti, in cui un giovane e introverso adolescente, che ha detto ai suoi di essere partito per la settimana bianca, si rinchiude in cantina per stare da solo,ma la cui reclusione viene interrotta dalla sorella tossicodipendente. Si chiude su una nota di speranza questo film con cui Bertolucci sembra voler esprimere un messaggio di fiducia nei confronti di una gioventù che invece di scendere in piazza si rifugia in una metaforica cantina per la difficoltà che incontra nel capire e affrontare un mondo che non sembra più capace di offrire modelli e ideali.

Nel 2013 il regista è presidente della Giuria alla Mostra del cinema di Venezia che assegna il Leone d’Oro a Sacro Gra e nel 2016 è protagonista di un Incontro Ravvicinato alla Festa del Cinema di Roma. Nonostante la malattia che lo affliggeva, Bernardo Bertolucci ha continuato fino all’ultimo a far sentire la sua presenza, testimonianza di quella passione per la vita e per il cinema di cui parlavamo all’inizio. Per questo oggi fa male sapere che non ascolteremo più la sua bella e pacata voce, arricchita spesso da un filo d'ironia, che nonostante una vita trascorsa a Roma non aveva mai perso quel caldo e inconfondibile accento emiliano.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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