News Cinema

Berlino: sul ring del cinema impegnato, Vicari batte Jolie per K.O.

Per una volta che possiamo dirlo, lo diciamo. Finora, il film forse migliore visto al Festival di Berlino è italiano (anche se con co-produzione rumena).



Per una volta che possiamo dirlo, lo diciamo. Finora, il film forse migliore visto al Festival di Berlino è italiano (anche se con co-produzione rumena).
È Diaz, presentato nella sezione Panorama (chissà perché non in concorso) e diretto da un Daniele Vicari che, con tenacia e testardaggine, ha voluto raccontare sul grande schermo una pagina terribile della storia del nostro paese, vergognosa due volte: per essere accaduta e per essere stata così facilmente rimossa e nascosta.
È chiaramente schierato, Vicari, ma non nel senso più banale e opportunistico del termine: non dipinge il movimento come composto da soli ragazzi solari e pacifici e non stigmatizza l’interezza delle forze di polizia come formate solo da orchi malvagi.
Perché, ci ha raccontato, “né il movimento ha azzeccato tutto, né tutta la polizia ha sbagliato tutto, a Genova. Diaz e Bolzaneto a parte. ” Ma non si nasconde dietro un dito, il regista di Collegiove, e non esita a dichiarare a parole e con il suo film che quanto avvenuto alla in quei luoghi è un orrore nemmeno lontanamente giustificabile: “in quale altro paese democratico sarebbe potuta accadere una cosa del genere, una tale sospensione dei diritti civili?”.
Attraverso numerosi punti di vista, interni al movimento (alcuni dei quali ispirati a quelli raccontati in Black Block da Carlo A. Bachshmidt, che a questo film ha fatto da consulente) e interni alla polizia, Diaz ricostruisce con uno stile essenziale, documentario e astratto al tempo stesso una vicenda nella sua natura più fattuale, senza mai abbandonarsi a retoriche, narrativizzazioni eccessive, facili e scontate dietrologie.
Ce l’ha confermato Vicari stesso: “Io faccio il cineasta non faccio il politico. I miei film devono avere un senso e devono essere cinematograficamente dignitosi. Ho rifiutato le dietrologie tipiche del cinema politico italiano e abbracciato semplicemente i fatti: i fatti processuali, poi elaborati da un punto di vista cinematografico secondo criteri personali. Per me era importante che fosse l’azione drammatica a guidare la narrazione, non l’ideologia. In Italia il terreno della sperimentazione linguistica è sempre stato quello del realismo: se parti da fatti di realtà, puoi puoi utilizzare qualsiasi stile di racconto cinematografico. Qui il tema è quello universale della sospensione dei diritti, reale e concreto, poi declinato in quello spazio straordinario e infinito che può costruire la macchina da presa.”
Così facendo, Vicari rimane attaccato ai volti (e ai corpi) dei suoi protagonisti, lasciando che l’intrecciarsi delle loro storie e dei loro sguardi si snodi come un tesissimo incubo sotto gli occhi degli spettatori: intelligente, da questo punto di vista, l’idea di mettere in scena anche una confusa polifonia linguistica, non solo aderente alla realtà ma anche in grado di amplificare lo spiazzamento sensoriale dello spettatore. In questo quadro, è quasi ingeneroso, ma necessario, sottolineare come nei pochissimi momenti dove la sceneggiatura si fa sentire, in bocca a questo o a quell’attore, la nota suoni aspra e stonata.
Diaz
è comunque cinema intenso, doloroso e potente. Straziante nel racconto di una violenza riguardo la quale, alcune volte, Vicari si è censurato perché “certe cose che ho letto negli atti processuali non si possono raccontare nemmeno a parole.” Un cinema, soprattutto, necessario. Anche perché, dice giustamente Vicari, “siamo in un dopoguerra. C’è stato un decennio di follia, il decennio iniziato con Genova, dove nessuno ha fatto quello che doveva fare. Dobbiamo ricostruire tutto, a partire dai comportamenti sociali di noi cittadini e soprattutto dei dirigenti pubblici.”
Voto: 4


Chissà se Angelina Jolie, che a Berlino è sbarcata ieri e nella serata di sabato è stata protagonista di un trionfale red carpet, l’ha visto, Diaz. Avrebbe dovuto. Le sarebbe stato utile.
Perché, tanto per rimanere in tema di cinema “impegnato”, che parla di diritti umani violati , gesti terribili e troppo facilmente rimossi, il suo In the Land of Blood and Honey (al festival nella sezione Berlinale Special) racconta degli orrori della pulizia etnica in Bosnia e la violenza perpetrata sulle donne viste attraverso gli occhi di un lui e una lei.
Un lui e una lei che prima dello scoppio della guerra civile erano innamorati, e che rimarranno perversamente tali anche quando sono costretti ad essere l’uno carnefice dell’altra: perché Daniel è serbo e figlio di un generalissimo che guida la pulizia etnica, mentre Alja è musulmana e finisce per essere sua prigioniera: prima involontariamente, poi per scelta consapevole.
Ci saranno anche i dati fattuali di cui parlava Vicari, in In the Land of Blood and Honey, ma è la costruzione cinematografica “dignitosa”, a mancare. Perché visivamente la Jolie non dimostra di possedere alcuna rilevante personalità, e come sceneggiatrice si abbandona alla retorica da un lato e alla faciloneria da soap opera dall’alto, finendo col mortificare gli stessi importanti temi che le stava evidentemente a cuore esaltare.
Voto: 2.

Sul fronte del concorso, niente di eccezionalmente rilevante da segnalare, se non una live e progressiva ripresa del livello della sezione.
Dictado
, diretto dallo spagnolo Antonio Chavarrias, è un onesto e dignitoso film di genere, che gioca a lungo  sulle ambiguità tra thriller paranormale e dramma esistenziale nel raccontare la storia di un uomo che si convince che la bambina che lui e la compagna stanno per adottare, figlia di un vecchio amico morto, sia la reincarnazione della sorella di quest’ultimo, morta in un incidente di cui loro erano stati responsabili molti anni prima.
Maltrattatissimo dalla critica berlinese, il film di Chavarrias è di certo trasurabile ma non da condannare.
Voto: 3 di incoraggiamento

Un po’ pesante e vagamente compiaciuto della sua autorialità, ma forte di alcune trovate interessanti e di un’ottima costruzione d’atmosfera è invece il greco
Meteora, firmato da Spiros Stathoulopoulos.
Ambientato proprio nella celebre località greca del titolo, racconta con uno stile che riesce ad essere ascetico e carnale assieme dell’amore che sboccia irrefrenabile tra un giovane monaco e una suora ospitata dal convento situato sul pinnacolo antistante, i loro tormenti per restere alle "corruzioni della carne", la riflessione filosofica sul senso dell'Amore in senso fisico e spirituale assieme.
Meteora
è capace, attraverso la forza delle immagini e l’intensità progressiva del suo racconto, di far dimenticare presto il digitale non certo di elevatissima qualità con cui è stato girato, e soprende quando utilizza con stile e intelligenza inserti di animazione basati sullo stile delle icone greco-bizantine per raccontare pensieri e stati d’animo dei suoi protagonisti.
Finora il miglior film del concorso
Voto: 3 1/2

A sorpresa, è stato meno letale del solito il filippino
Brillante Mendoza, a Berlino con Captive, vera storia di un gruppo di persone (molte delle quali missionarie laiche) rapite nel 2001 da un gruppo di terroristi islamici e tenute in ostaggio per settimane fatte di fughe e marce continue.
Nel raccontare l’ovvio (la caduta apparente di distinzioni tra rapitori e ostaggi, il nascere di un sentimento comune per via della convivenza e via dicendo) Mendoza utilizza uno stile nervoso e ipercinetico, tecnicamente impeccabile, trasformando Captive in una sorta di action movie dai risvolti esistenziali, amplificati dai tanti momenti di digressione in cui il regista ferma il suo obiettivo sulla natura, gli animali, le piante, ad ammantare il tutto di un senso latente di bizzarra spiritualità.
Captive
è però, come spesso accade al filippino, troppo volutamente insistito e ripetitivo per riuscire ad essere realmente efficace e convincente. E manca di quella radicalità narrativa e tematica che caratterizzava la sua produzione precedente, appiattendosi su modalità più mainstream.
Voto: 2 1/2



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Suggerisci una correzione per l'articolo
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming