Berlino 2011: Submarine, recensione del film di Richard Aoyade

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Berlino 2011: Submarine, recensione del film di Richard Aoyade

Submarine, recensione del film di Richard Aoyade presentato al Festival di Berlino 2011


Quando è stato presentato in Nord America, al Festival di Toronto prima e al Sundance poi, la definizione che è circolata più di frequente riguardo a Submarine è che si trattasse di una sorta di risposta britannica al cinema di Wes Anderson. Il che non è affatto sbagliato, visto che i punti di contatto tra quest’opera prima da regista dell’attore Richard Aoyade e quanto di meglio stia producendo un certo mondo indie d’oltreoceano sono numerosi. Ma allo stesso tempo la definizione è limitativa, e non riesce a catturare il tutto.

Basato su un romanzo di Joe Dunthorne, Submarine è una tradizionalissima storia di coming-of-age, dove un adolescente un po’ sfasato, e la cui percezione delle cose è perennemente fuori sync con la realtà oggettiva, si trova a confrontarsi con il primo amore, la perdita della verginità e - in parallelo - con una crisi matrimoniale dei genitori e la vera o presunta infedeltà della madre. Nonostante non ci si trovi nella New York più borghese ma in un Galles spoglio e affascinantemente desolato, la trama non presenta indubbiamente nulla di nuovo sotto il sole: compresi i rimandi più o meno espliciti a quel Salinger che per Wes Anderson è un chiaro modello. Ma l’originalità non è un obbligo a tutti i costi, specie se si dimostra di avere le capacità giuste per azzeccare toni ed equilibri, trovando in quelli una propria personalità. E sarebbe ingiusto accusare Submarine di essere totalmente derivativo.

Il senso di weirdness legato ad un giovane protagonista obliquo - il cui essere “sottomarino” non gli regala solo quella invisibilità un po’ codarda che ricerca, ma anche un muoversi nel mondo presente e distaccato allo stesso tempo, perfetta esplicitazione dell’”effetto acquario” di tanto cinema indipendente che amiamo – è sempre reso con un equilibrio personale e partecipe, che ai richiami (più tematici che prettamente formali) andersoniani sposa delle esplicite dosi di quella Nouvelle Vague che, dichiaratamente, Aoyade ama in maniera particolare. Il tutto senza dimenticare un sapore british che si percepisce costante per tutto il film. E nonostante le numerose bizzarrie raccontate – tra le quali una sorta di truffaldino guru new age interpretato da Paddy Considine che ricorda quello di Jemaine Clement di Gentlemen BroncosSubmarine rimane ancorato ad un commovente senso di realtà, nel quale i tumulti emotivi e sentimentali del giovane Oliver e degli altri protagonisti risaltano senza mai essere sfacciati.

Come la giovane di cui Oliver è innamorato, Submarine sembra farsi beffa del romanticismo (inteso in senso ampio), ma è solo apparenza, solo atteggiamento. Destabilizzando attraverso un uso (im)proprio delle convenzioni, delle scenografie, delle caratterizzazioni, Aoyade riafferma la bellezza del tumulto, seppur attutito dal suo essere sommerso, lo declina in maniera personale eppure universale; lavora sui dettagli di fondamentale importanza con una nonchalance che dimostra abilità non comuni, mescolando malinconia e leggerezza, ironia e dramma.

E ci accompagna lungo un percorso che non poteva che concludersi di fronte ad un mare invernale dove immergere i piedi per gioco, per sfida e per amore ha un senso profondo e liberatorio.




Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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