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Berlinale 2015: al Forum, le fantasmagorie di Guy Maddin e il Giuda di Rabah Ameur-Zaïmeche

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Presentati nella sezione off The Forbidden Room e Histoide de Judas.

Berlinale 2015: al Forum, le fantasmagorie di Guy Maddin e il Giuda di Rabah Ameur-Zaïmeche

Da sempre la sezione più off e sperimentale del Festival di Berlino, Forum ha aperto le danze della sua edizione 2015 con due titoli molto diversi ma entrambi a loro modo interessanti.

Beniamino di festival e cinefili, autore di un cinema dove spesso la fascinazione per il cinema delle origini va di pari passo con la voglia di abbattere i tramezzi che ci separano dai linguaggi futuri, Guy Maddin ha tentato, con The Forbidden Room, di superare sé stesso.
Diretto a quattro mani col il suo giovane protegé Evan Johnson, The Forbidden Room è un film fantasmagorico e lisergico, nel quale l’espressionismo va a braccetto con la psichedelia, e la non narrazione si tramuta in un gioco di scatole cinesi senza fine, con storie che si aprono dentro storie come infinite parentesi che non necessariamente sono destinate a chiudersi.
Storia e sogno, per il Maddin di questo film, sono sinonimi, e non cerca di mascherarlo in alcun modo: anzi, lo sbatte in faccia allo spettatore attraverso una materia filmica viscosa e densa, tanto sul piano narrativo quanto, soprattutto, su quello di una forma dove l’uso del morphing digitale e del colore saturato e antinaturalisico come in un technicolor allucinato, (in alcuni punti il film pare echeggiare i videoclip di un Jonas Akerlund) si accompagna a scenografie posticce di luoghi avventurosi usciti dalle pagine dei fumetti anni Trenta, ai cartelli del cinema muto, alle sovraimpressioni, agli stilemi del noir e a quelli dello slapstick e animazioni alla Gilliam.
Tutto questo, Maddin lo utilizza con leggerezza e ironia beffarde, lontano dalla seriosità di un Inception o dalla paranoia angosciante di un Lynch. The Forbidden Room, al contrario, gioca con l’assurdo, parlando di maniaci dei bagni e di ladri di seppie, di divinità vulcaniche e misteriosi vampiri, di fiabe rielaborate e di mariti che uccidono per mascherare la dimenticanza del compleanno della moglie, di ossessione per i fondoschiena femminili e delle memorie di un paio di baffi. E tra gli interpreti troviamo gente come Mathieu Amalric, Géraldine Chaplin, Udo Kier, Charlotte Rampling e molti altri.
La stanza proibita cui fa riferimento il titolo, allora, è quella dei giochi sognata da ogni cinefilo, quella fatta di pellicola e immaginario che uno come Maddin è in grado di mescolare a piacimento e con supremo spirito anarchico: perché in fondo, come testimonia una scena finale, dove ogni tipo possibile di climax si succede senza soluzione di continuità, e un isola dalla forma inequivocabile salta per aria, il canadese voleva semplicemente farci esplodere il cervello.
Per sua e nostra fortuna, c’è riuscito: nonostante The Forbidden Room sia un bel gioco che dura almeno una ventina di minuti di troppo.

Decisamente all’opposto dello spettro, rispetto al film di Guy Maddin, c’è Histoire de Judas, l’opera con la quale il regista algerino Rabah Ameur-Zaïmeche si propone di raccontare nuovamente una delle storie bibliche più note, quella di Giuda e del suo tradimento di Cristo.
Prendendo le mosse dal termine dei quaranta giorni trascorsi nel deserto da Gesù, il film di Ameur-Zaïmeche tratteggia con misurata e composta linearità una comunità e i personaggi che la popolano, permettendosi alcune riuscite digressioni (tutta la linea narrativa relativa all’amato pazzo del villaggio) e alcune significative modifiche rispetto al testo biblico, che gettano una luce diversa e teologicamente interessante sul tradimento di Giuda, le sue ragioni, le sue conseguenze.
Lontano dagli spettacolarismi della Passione gibsoniana, Histoire de Judas tende nella sua parte finale a modelli quasi pasoliniani o scorsesiani, riuscendo a suscitare riflessioni e interesse. Rimane, però, il dubbio sul senso e l’opportunità storia di un film di questo genere, che stenta a decollare e a catturare l’attenzione dello spettatore, e che si aggrappa troppo alla sua ricostuzione partecipe e minimalista al tempo stesso di figure e eventi che sono alla base della nostra storia e della nostra cultura.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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