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Berlinale 2013: Ritratti di signore, o di una giornata di concorso tutta al femminile

Tre film in programma che concorrono alla vittoria dell’Orso d’oro, pur molto diversi l’uno dagli altri, con protagoniste delle donne chiamate a sfide non facili.

Berlinale 2013: Ritratti di signore, o di una giornata di concorso tutta al femminile

La terza giornata del Concorso, qui a Berlino, è stata una giornata tutta al femminile. I tre film in programma che concorrono alla vittoria dell’Orso d’oro, pur molto diversi l’uno dagli altri, hanno infatti tutti visto protagoniste delle donne chiamate a sfide non facili.

Partiamo con il primo di questi ritratti di signora: il cileno Gloria, storia di una donna alle soglie dei sessant’anni, divorziata, che frequenta locali per single suoi coetanei e che pare finalmente trovare un nuovo compagno nel quasi settantenne Rodolfo. I problemi, però, sanno dietro l’angolo.
Quello diretto da Sebastian Lelio è un film sospeso tra commedia e dramma nel quale si esalta la forza e l’indipendenza di una donna magari dolorosamente sola ma sempre fiera, e mai disposta a rinunciare ai suoi principi e al rispetto per sé e per gli altri. Una donna che scopre quanto possa essere difficile rifarsi una vita quando il passato (suo o del suo nuovo compagno) ancora incombe, che deve fare i conti con la fine quasi definitiva del suo ruolo di madre.
Lelio, però, esegue il compito con diligenza ma non troppa ispirazione, e nonostante la buona interpretazione della protagonista Paulina Garcia - che si regala generosamente al ruolo, anima e corpo - non è mai davvero coinvolgente. Forse perché troppo appiattito su un modello di cinema sudamericano incentrato sui ritratti intimi di singoli personaggi, fatto di silenzi e dinamismi, gesti e ribellioni, che troppo spesso si è visto ripetuto nei tanti festival italiani e internazionali; e che il nome di Pablo Larrain appaia nei titoli di coda come produttore dà più di un indizio in questo senso.

Discorso analogo, con tutte le differenze del caso, è possibile farlo per La Religieuse di Guillame Nicloux, adattamento dell’omonimo romanzo del padre dell’Illuminismo Denis Diderot.
Difficile imputare difetti oggettivi ad un dramma in costume curato nei dettagli, nei costumi, discretamente diretto e ben interpretato: ma anche in questo caso parliamo di un cinema senza troppe dimensioni, limitato a sé stesso, senza spunti particolari né scarti che possano catturare l’attenzione di uno spettatore che non si accontenti del genere di riferimento. Pauline Etienne è brava nel ritratto fragile e complesso di una 17enne costretta dalla famiglia a farsi suora, e vittima di prepotenze e violenze fisiche e psicologiche all’interno dei conventi, ma ogni validità contemporanea di un film come quello di Nicloux, se esiste (e il condizionale è d’obbligo), sarebbe da imputare non ai meriti del film ma ai demeriti di una società che dell’Illuminismo avrebbe tanto bisogno.

E allora, se i film di Lelio e Nicloux sono perfettamente in linea con una brutta tendenza del concorso berlinese che non è solo di quest’anno, quella di proporre film che, in fondo, da dire più di tanto (sull'oggi, ma non solo) non hanno, c’è quasi da festeggiare se s’incontrano invece cose come il Vic+Flo ont vu un ours firmato da Denis Côté, regista canadese che solo lo scorso anno qui a Berlino aveva presentato un bellissimo documentario dal titolo Bestiaire.
Questa volta il canadese torna alla fiction dei suoi esordi, e racconta la storia di Victoria, una 61enne appena uscita di prigione che va a vivere nella casa nei boschi di un anziano zio paralitico, e che viene presto raggiunta dalla sua più giovane amante Florence, anche lei ex galeotta. Se Vic non ha altro desiderio che vivere serena, Flo è più irrequieta e, nonostante il supporto di un insolito ufficiale per la libertà vigilata, le due saranno costrette a vedersela col passato.
Dei tre film di cui stiamo parlando, quello di Côté è senza alcun dubbio quello capace di esprimere una cifra registica personale e capace di suscitare interesse tramite le sue scelte formali e uno studio obliquo e (quindi) non banale delle sue protagoniste.
Vic+Flo ont vu un ours è un oggetto cinematografico bizzarro, sospeso tra commedia surreale e thriller psicologico, a suo modo coraggioso, capace di concedersi una partenza morbida e diventare via via più teso e morboso, fino a un finale di grande effetto ma senza troppi clamori.
Anche in questo caso, brave le protagoniste Pierrette Robitaille e Romane Bohringer.

Ci sarebbe quasi da scommettere che il premio per la migliore attrice andrà ad una delle interpreti qui citate.
Cosa invece abbia spinto a Guillaume Nicloux a scegliere l’avvenente Louise Bourgoin, l’Adèle Blanc-Sec di Besson, per interpretare il ruolo di una sadica madre superiora, davvero non ci è chiaro.

In conclusione di un pezzo tutto al femminile, citazione rapida per un film interpretato da uno dei beniamini delle donne, James Franco.
L'instancabile attore americano è, con Catherine Keener, David Strathairn e molti altri, protagonista di Maladies, film diretto dal misterioso artista noto come Carter e presentato nella sezione Panorama.
Siamo nella Long Island a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, e Franco è un attore disoccupato e schizofrenico che vive con la sorella semi-autistica e la sua migliore amica cross-dresser. Il risultato è un film che è un pasticcio con toni da commedia, che guarda al cinema indie più sghembo dei nostri anni declinandolo con pensanti ambizioni arty decisamente mal supportate da scrittura, regia e, duole dirlo, anche interpretazioni.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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