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Berlinale 2013: "Qui una volta era tutta campagna", o quando il cinema scappa dalla città

È presto per effettuare bilanci o rintracciare tendenze, ma al terzo giorno di Festival di Berlino emerge piuttosto chiaramente un cinema caratterizzato da un’ambientazione non solo metropolitana ma decisamente rurale.

Berlinale 2013: "Qui una volta era tutta campagna", o quando il cinema scappa dalla città

È presto per effettuare bilanci o rintracciare tendenze, ma al terzo giorno di Festival di Berlino emerge piuttosto chiaramente un cinema caratterizzato da un’ambientazione non solo metropolitana ma decisamente rurale.
Lo è stato nel caso di film di cui già abbiamo scritto, come il polacco In the Name of o il Promised Land di Gus Van Sant, e lo è in tre delle visioni che hanno accompagnato le nostre ultime ore.

Rimaniamo nell’ambito del Concorso e cominciamo con il russo A Long and Happy Life.
Diretto da Boris Klhebnikov, racconta di un giovane imprenditore agricolo in una zona selvaggia nel nord-ovest della Russia, che rifiuta la buonuscita statale che deriverebbe dalla confisca consensuale della sua terra per lottare al fianco dei suoi contadini che vogliono rimanere dove stanno; per far questo deluderà la sua fidanzata che aspirava a una vita cittadina, ma i problemi veri arriveranno quando i contadini iniziano a tirarsi indietro.
Parte conclusiva di una trilogia sulla libertà di scelta del regista russo, il film ha un andamento meccanico e prevedibile, che sfocerà nell’inevitabile tragedia, e non va oltre un susseguirsi di alcune belle inquadrature della natura: su tutte quelle, sfacciatamente metaforiche, del fiume che costeggia la fattoria del protagonista, placido e turbolento a fasi alterne e senza sicurezze.

Dal nord-ovest russo a quello statunitense, dove si svolge un film di tutt’altra caratura: A Single Shot, diretto da David M. Rosenthal.
Adattamento di un romanzo di Matthew F. Jones, anche sceneggiatore,, è la storia di John Moon, un uomo che, dopo che moglie e figlio l’hanno abbandonato,  vive solo in una casa nella foresta e che precipita in una situazione da incubo dopo un evento già di per sé traumatico: l’uccisione accidentale di una donna durante una battuta di caccia. La morte della ragazza porta alla scoperta di una grossa somma in contanti che, in tempi brevi, qualcuno inizierà ad esigere indietro.
Sospeso tra toni coeaniani alla Blood Simple e quelli della letteratura Cormac McCarthy, il film di Rosenthal è ruvido e allucinato, capace di tenere una tensione sempre crescente nonostante la trama non cerchi mai l’originalità. Sam Rockwell, protagonista stressato e stropicciato, conferma poi in A Single Shot tutto il suo talento, troppo spesso sottoutilizzato.

Analogie con A Single Shot per ambientazioni, tipologie di personaggi e alcuni toni narrativi ha poi l’episodio pilota di Top of the Lake, miniserie tv firmata da Jane Campion.
Siamo questa volta, ovviamente, in Nuova Zelanda, nell’ambito di una piccola comunità sulle rive di un lago dove s’intrecciano le vicende di una dodicenne incinta, di una detective che cerca di prendersene cura, della famiglia violenta e criminale di lei, di un terreno conteso proprio da quella famiglia e dalla comune post-hippy e femminista che vi si è insediata.
Decisamente più arioso e meno claustrofobico di A Single Shot, Top of the Lake si presenta comunque come vagamente ansiogeno, grazie anche a sfumature bizzarre e ai limiti del surreale che ricordano vagamente quelle del Twin Peaks di Lynch, e riesce ad intrigare nel giro di poche sequenze grazie ad una scrittura precisa ed evocativa. Anche della magia misteriosa del suo setting naturale.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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