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Berlinale 2013: la recensione di In the Name of, film polacco in concorso

Non manca il coraggio, alla regista polacca Malgoska Szumowska che, dopo l’Elles interpretato da Juliette Binoche, decide di realizzare un film che tratti del tema spinoso dell’omosessualità nel mondo della Chiesa.

Berlinale 2013: la recensione di In the Name of, film polacco in concorso

Non manca il coraggio, alla regista polacca Malgoska Szumowska che, dopo l’Elles interpretato da Juliette Binoche, decide di realizzare un film che tratti del tema spinoso dell’omosessualità nel mondo della Chiesa.
Il suo In the Name of, infatti racconta di un prete moderno e alla mano, Adam, da poco giunto in una piccola località rurale per gestire un centro di recupero per ragazzi che altrimenti sarebbero finiti in riformatorio. Ma nemmeno quando Adam rifiuta le avance dell’annoiata moglie del quasi-sagrestano, i suoi veri orientamenti emergono chiaramente: lo fanno, progressivamente, quando il sacerdote rimane turbato dalla confessione omosex di uno dei suoi giovani, fino all’esplosione dell’innamoramento con un ragazzo locale.

Coraggio, glielo possiamo concedere, alla Szumowska. Un coraggio però pericolosamente borderline con l’incoscienza, complici delle scelte di sceneggiatura quasi suicide, un andamento moralmente ambiguo e finale quasi riprovevole nel suo tentativo di essere d’effetto, e soprattutto mai accompagnato da reali capacità di trattare i temi in ballo con la giusta consapevolezza.
Attentissima all’aspetto formale del film, che alterna uno stile naturalista di chiara matrice est-europea allo sguardo più strutturato e meno ruvido del cinema indipendente americano di maggiore popolarità, la regista costella il suo In the Name of di attente citazioni della Passione, ma disegna personaggi caricati e al limite del monodimensionale, trattando poi l’omosessualità tout court unicamente come un fardello di colpa opprimente e auto-demonizzante.

Questa goffa grossolanità si fa sempre più evidente via via che l’intreccio prosegue, dilagando in un pre-finale sopra le righe, in un incontro sessuale estetizzante nel suo tentativo di neutralità di sguardo, nella frecciata gratuita e scarsamente sarcastica al mondo della Chiesa (che pure ne avrebbe bisogno) attarverso un’immagine conclusiva che non ha alcun reale rapporto narrativo con quanto l’ha preceduta.
Da In the Name of, quindi, non emerge alcuna seria riflessione, né il film regala momenti emotivamente coinvolgenti: rimane il film di una regista che sembra troppo concentrata su di sé per raccontare davvero il mondo.

Unico, consapevole, elemento di curiosità (sfruttato da un punto di vista formale) è quella colonizzazione dell’immaginario country di provenienza statunitense che riguarda le aree rurali di buona parte del nord e dell’est europeo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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