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Berlinale 2013: la recensione di Harmony Lessons

La steppa del Kazakistan, un ragazzo silenzioso, timido e intelligente che vive con la nonna, una casa isolata e una scuola in cui predomina il bullismo. Come in uno dei laboratori scolastici che racconta, l’esordiente regista kazako Emir Baigazin mescola questi ingredienti e ne osserva la reazione.

Berlinale 2013: la recensione di Harmony Lessons

La steppa del Kazakistan, un ragazzo silenzioso, timido e intelligente che vive con la nonna, una casa isolata e una scuola in cui predomina il bullismo. Come in uno dei laboratori scolastici che racconta, l’esordiente regista kazako Emir Baigazin mescola questi ingredienti e ne osserva la reazione. Poi prende i risultati e ci costruisce sopra una filosofia simbolista per la quale, alla fine, ha sempre ragione il vecchio Charles Darwin e la sua idea di survival of the fittest.

Harmony Lessons, titolo carico di un sarcasmo che si riflette in alcuni dei toni che ritroviamo nella narrazione, è più della storia dell’umiliazione di un ragazzino da parte di una banda di bulli e del suo lento covare una vendetta estrema. È un film ambizioso, che vuole mostrare come, dalla natura alla scuola, dagli insetti agli insegnanti, dagli studenti ai poliziotti, il mondo funzioni secondo l’applicazione reiterata della sopraffazione del più forte ai danni del più debole. E che l’applicazione dell’intelligenza è utile solo se applicata per colmare il gap fisico che pone alle base di una spietata catena alimentare sociale.
Si giustifica così, anche, una scena d’apertura che mostra la macellazione di una pecora e che suggerisce un film contadino e naturalista e che invece è completamente differente.

Formalmente, Harmony Lessons è talmente freddo, geometrico ed elegante da sembrare modellato sulla fotografia e lo stile di tante riviste di design d’interni, senza però fastidiose patinature, incasellando in questa sua pulita precisione momenti spiazzanti e surreali, capaci anche di un umorismo riuscito e non banale.
Se la stile di Baigazin è interessante, e la sua inventiva lodevole (anche quando un po’ fiurbetta, meno lo sono la storia che racconta e le scente narrative: l’accumulo di simbolismi ovvi e vagamente stantii, e una capacità di sintesi che manca per eccessiva auto indulgenza, appesantscono e limitano un film che pare anche un po’ in difficoltà nel tirare le fila del suo discorso con efficacia e capacità di convincimento, aprendosi a disordinati ragionamenti sulla colpa che stonano con la precisione laboratoriale del resto



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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