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Berlinale 2013: la recensione di Closed Curtains, il film di Jafar Panahi

Dopo le vicende umane che l’hanno riguardato, e che il mondo della cultura internazionale ha seguito con grande attenzione, il ritorno al cinema di Jafar Panahi, che sfida il bando ventennale delregime di Ahmadinejad, non può non essere salutato come un fatto positivo.

Berlinale 2013: la recensione di Closed Curtains, il film di Jafar Panahi

Dopo le vicende umane che l’hanno riguardato, e che il mondo della cultura internazionale ha seguito con grande attenzione, il ritorno al cinema di Jafar Panahi, che sfida il bando ventennale che il regime di Ahmadinejad gli ha imposto, non può non essere salutato come un fatto positivo.
Di quelle esperienze, e della depressione che ne è conseguita, Closed Curtains è un (fin troppo) evidente tentativo di auto-catarsi e di superamento. Che il film sia interamente ambientato in un interno che è al tempo stesso un rifugio dal mondo e una prigione imposta dal regime e autoimpostasi dall’autore, non è un caso.
Un interno che nega l’esterno con tende e pesanti drappeggi neri, nel quale un uomo (uno sceneggiatore, scopriremo) che deve nascondere il possesso di un cane (vietato dalla legge islamica) si rifugia per continuare a lavorare indisturbato. Un interno nel quale, però, non può non irrompere l’esterno: anche se nella forma di una misteriosa ragazza che appare e scompare e che è emerge lentamente come la rappresentazione fisica della paura, della depressione e delle ansie di Panahi.

Fin qui, tutto bene. Fino a quando Closed Curtains, nella sua prima metà, si limita a mettere in scena i surreali e spiazzanti rimpiattini tra questi due personaggi, stuzzicando il mistero e abbondando con l’ironia, le cose funzionano e sono anche piuttosto interessanti.
Il contatto un po’ brusco con il terreno e una forte crepa nel patto tra regista e spettatore arrivano quando ad entrare in scena, aumentando ancora i piani narrativi già fino a quel momento almeno raddoppiati, è lo stesso Panahi. Che si associa come terzo protagonista alla coppia già presente, senza mai (?) interfacciarsi con loro.
Da quel momento in avanti, quello che era cominciato come un composto ragionamento surreale sulla condizione dell’artista (ma anche della gente comune) nell’Iran dei giorni nostri si trasforma in qualcosa di diverso, con una crescita geometrica di simbolismi, significati e sguardi che pasticcia inutilmente il canovaccio narrativo e ripropone modelli pseudo-sperimentali vecchi almeno di una trentina d’anni.

Poco importano le rappresentazioni metaforiche, il florilegio di simboli, le analogie tra le architetture degli interni e quelle narrative, gli alter ego che parziali e il subitaneo disvelamento meta cinematografico.
Che alla fine del film, ci perdonerete lo spoiler, Panahi riesca a liberarsi dalla sua prigione lasciandovi chiusa la sua paura, e a uscire di campo verso un futuro indefinito con la compagnia un ritrovato coraggio, è senz’altro positivo e più che ben accetto.
Che la sua macchina da presa e la sua scrittura rimangano invece bloccate nella casa e in un’autorefenzialità che si guarda letteralmente allo specchio, accontendandosi della frammentazione e della moltiplicazione dello sguardo, è invece un peccato.
Perché, allora, la prigione che Panahi ancora non ha lasciato è quella di sé stesso, che lo priva di una nuova dialettica cinematografica col mondo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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