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Berlinale 2013: la recensione di An Episode in the Life of an Iron Picker

A ben vedere, sempre di una guerra parla il regista bosniaco Danis Tanovic in questo An episode in the life of fan Iron Picker: della guerra contro la povertà.

Berlinale 2013: la recensione di An Episode in the Life of an Iron Picker

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Non c’è più la guerra, quella intesa in senso tradizionale, al centro del nuovo film di Danis Tanovic. Ma, a ben vedere, sempre di una guerra parla il regista bosniaco in questo An episode in the life of fan Iron Picker: della guerra contro la povertà.

Che infatti il protagonista di questa storia sia un rom, importa poco o nulla: non c’è nulla in questo film, tranne forse una battuta sul coinvolgimento dell’uomo nel conflitto in Bosnia, che ne rimarchi l’appartenza ad un popolo. Importa la sua lotta contro un sistema che, quando la moglie subisce un aborto spontaneo e deve essere operata per espellere completamente il feto ed evitare di morire di setticemia, gli chiede soldi che non ha e che non sa come procurarsi.

Tanovic attacca con tenacia il suo sguardo al protagonista della sua storia, lo segue costantemente con spirito studiatamente neorealista, mantiene bassa la durata (75 minuti) e non calca la mano in fase di scrittura moderando i toni ed evitando la retorica del dolore a tutti i costi.
Eppure, questo film pauperista che vorrebbe anche essere moralmente edificante, e a suo modo improntato ad un non consolatorio ottimismo, non appare molto più che un facile esercizio di stile.

An Episode in the Life of fan Iron Picker, infatti, non devia di molto dalle coordinate di base di molti film dello stesso genere e che raccontano storie simili. Si aggrappa ad una serie di punti fermi il regista si limita a fare la cosa più semplice e più sicura: li unisce con una linea retta, come richiesto dal celebre gioco della Settimana Enigmistica.
Non devia, non crea, non esplora. Non sorprende.

Allora, il disegno che ne deriva, quello di Tanovic, regala certamente un senso e un’idea, ma è rigido e monodimensionale, privo di sfumature. Ma soprattutto privo di quel calore umano e di quella capacità di avere reale empatia per i suoi personaggi e generarla nello spettatore che un dipinto a mano libera, e magari più imperfetto, avrebbe potuto avere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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