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Berlinale 2009 - Recensione di The International, film inaugurale del festival tedesco

La 59esima edizione della Berlinale si apre con The International di Tom Tykwer, presentato fuori concorso. Un regista tedesco, un film internazionale ma che si apre con un “omaggio” alla città che ospita il festival, un prodotto che s’inserisce senza spiccare in una chiara tendenza del cinema thrilling contemporaneo.

Berlinale 2009 - Recensione di The International, film inaugurale del festival tedesco

The International - la recensione

A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, al momento nascosto sotto il tappeto il problema del terrorismo, il grande spauracchio del thriller contemporaneo è un Sistema di potere globalizzato basato sul denaro. Lo dimostravano, ognuno a modo loro, film come Syriana e Michael Clayton, ed ora lo conferma anche The International. Al centro delle vicende del film di Tom Tykwer c’è infatti l’indagine congiunta condotta da un agente dell’Interpol (Clive Owen) e da un’assistente procuratore distrettuale di New York (Naomi Watts) sulle malefatte di una grande banca d’affari del Lussemburgo con l’hobby del commercio (legale ma a fini decisamente poco nobili) di armi. Una banca che non esita a lasciarsi alle spalle più di un cadavere per colpire le sue attività più losche.

Globale il problema, globale il cammino di chi vorrebbe risolverlo a colpi di giustizia: tanto per non far torto al suo titolo, The International parte a Berlino, si sposta in Francia, poi in Lussemburgo, poi negli Stati Uniti e infine in Turchia. Dovunque si posi, lo sguardo di Tykwer sui luoghi è a metà tra il turistico e il patinato: il regista appare tanto attratto dalle fredde e riflettenti architetture del potere, apparentemente intoccabili esternamente ed internamente, quanto dalle più basse e popolari realtà, da quelle strade o quelle piazze dove vengono lavati nel sangue i panni sporchi di chi si sente ed è al di sopra di ogni idea di legalità e giustizia.
Attraverso queste diverse geografie si muove un protagonista stazzonato che è una versione contemporaneizzata di quello interpretato da Owen nei Figli degli uomini, con la sola differenza di uno spiccato idealismo che, si capisce da subito, è destinato ad impattare bruscamente con la realtà delle cose. Accompagnato da una Naomi Watts tanto eterea da sembrare poco presente, nonostante l’impegno e il talento di base.

Tykwer mette intelligentemente da parte l’azione pura e semplice (con la significativa eccezione di un’estenuante sparatoria all’interno del Guggenheim di New York) e si concentra sulla tensione che scaturisce da un’indagine fatta di fatti, carte e parole. Ma il manico registico del tedesco non è quello dimostrato da Stephen Gaghan o da Tony Gilroy (per non parlare del Pollack di The Interpreter o dei Tre giorni del Condor, indirettamente citato), e The International non decolla mai veramente, nonostante qualche spunto indubbiamente interessante: colpa di sfilacciature sparse, di alcune eccessive ambizioni nei dialoghi, di un’ironia che a tratti volutamente punteggia la narrazione ma che in qualche punto appare fuori luogo o non perfettamente riuscita. Almeno, nel finale ci viene risparmiata la retorica eroistica, pur non avendo il coraggio di fare una scelta del tutto cupa e pessimista che sarebbe di sicuro stata più efficace.

Citazione d’obbligo per la parentesi italiana del film, a Milano, dove i protagonisti incontrano un Luca Barbareschi che interpreta un industriale delle armi che si è appena lanciato in una politica populista che chiaramente ricalca quella del nostro Presidente del consiglio e che è destinato ad un brutta fine. L’Italia di Tykwer fa sorridere, come lo era quella di Mission: Impossibile 3. Ma forse è inevitabile che sia così.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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