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Berlinale 2008 - 9

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 8° giorno

Dopo aver esordito all’insegna del rock con Shine a Light di Martin Scorsese, la 58esima edizione della Berlinale ha proseguito su questa strada, presentando nelle varie sezioni una lunga lista di film direttamente o indirettamente legati alla musica e ai musicisti. In particolare in Panorama sono stati presentati diversi documentari sul tema, l’ultimo dei quali in ordine di tempo è stato Bananaz, film girato e diretto da Ceri Levy che documenta le origini e lo sviluppo dei Gorillaz, che come molti sapranno non è una band qualunque. Nati dalle mente di Damon Albarn (frontman dei Blur) e di Jamie Hewlett (il creatore del cult-comic Tank Girl), i Gorillaz non sono infatti sono un gruppo che ibrida e sperimenta attraversando numerosi generi musicali, ma sono un vero e proprio concept, che oltre alla musica associa il cartoon, il design, il web. Con la sua telecamera, Levy racconta dei momenti che hanno portato all’ideazione del concept, le registrazioni del primo disco (Gorillaz), la formazione di una band per suonare live, i susseguenti concerti, fino ad arrivare al secondo album (Demon Days) e ai nostri giorni. Si tratta di un’opera indubbiamente apprezzabile soprattutto dai fan della band, ma non è da sottovalutare il ritratto che dal film esce fuori del rapporto (anche conflittuale, come in tutte le vere amicizie) tra Albarn e Hewitt, divertentissimi nelle loro bizzarrie e nella loro umanità. Gran lavoro da parte del montatore Seb Monk, che ha assemblato un mare di materiale girato nell’arco di diversi anni con coerenza e con gusto. A prescindere poi dalla sua contingenza specifica, un film come Bananaz spinge a riflettere per ovvie ragioni sulla sempre maggiore interazione tra il cinema e la musica, e sulla trasversalità mediatica che ci circonda sempre di più.

La musica non ha invece nulla a che vedere con un altro film presentato a Berlino in Panorama: La rabia, diretto dalla giovane regista argentina Albertina Carri. Siamo nella pampa argentina, dove il teso rapporto tra due contadini le cui proprietà sono confinanti: i due si sopportano a malapena (nonostante l’uno non sappia che l’altro si porta a letto la moglie non appena gira le spalle), mentre i loro figli – una bambina muta ed un ragazzino di poco più grande – cercano di coltivare la loro amicizia ma sono segnati dai gesti dei genitori. Inutile dire che il tutto sfocerà in tragedia, per quanto sommessa. Purissimo esemplare di film da festival, pur non convincendo (perlomeno del tutto) La rabia riesce a trasmettere un fascino ruvido e freddo, quello della pampa dove è ambientato, una feralità che non è solo quella dei tanti animali che appaiono nel film (il film ritrae anche un maiale scannato davanti alla cinepresa: gli animalisti sono avvisati) ma anche quella di persone indurite dalla vita, dal lavoro, dall’ambiente che li circonda. Un film silenzioso, non sempre riuscito, ma di certo a tratti evocativo e nel complesso contenuto.


Per quanto riguarda il concorso, anche questa terz’ultima giornata di festival berlinese non ha riservato alcuna sorpresa positiva. Come nel caso di Il y a longtemps que je t’aime, opera prima dello scrittore francese vincitore del prestigioso Prix Goncourt Philippe Claudel. Il film vede Kristin Scott Thomas, oramai da tempo abituata a recitare su una sponda e sull’altra della Manica, nei panni di una donna che dopo 15 anni passati in carcere senza alcun contatto con la sua famiglia viene accolta in casa dalla sorella, con la quale deve ricostruire un rapporto mentre cerca di reinserirsi nella società con tutte le difficoltà del caso. Ulteriori sviluppi della trama sono legati al motivo per cui la donna è finita in prigione e sulle origini di quel gesto, ma rivelarli sarebbe uno spoiler giustamente fastidioso per molti. Pur parzialmente apprezzabile dal punto di vista registico trattandosi di un’opera prima, Il y a longtemps que je t’aime è un film difettato su di un doppio fronte. Il primo è quello che vede Claudel cadere nelle peggiori retoriche formali e narrative del cinema d’oltralpe: dal ritratto stereotipato e posticcio di un certo ambiente e di certi personaggi a all’inserimento di figure e situazioni francamente inutili e mirate unicamente a conquistare con delicati ricatti morali l’attenzione dello spettatore. Il secondo – e più penalizzante – è quello per il quale il regista non ha il coraggio di lavorare in sottrazione per quanto riguarda i temi del suo film, mettendo sempre più carne al fuoco man mano che emerge la verità sul personaggio della protagonista. Troppi temi, quindi, e poco coraggio nel lasciare magari avvolte nell’ombra e nel mistero certe motivazioni e certe dinamiche. Ed è un peccato, perché la molla della curiosità inizialmente scatta, ma la delusione di certe conclusioni lascia davvero il segno.

Federico Gironi



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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