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Berlinale 2008 - 8

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival del Cinema di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 7° giorno

Yoji Yamada è un vero habitué del festival di Berlino, dove nel corso degli anni ha presentato tutti e tre i capitoli della sua bellissima trilogia sui samurai. Quest’anno l’anziano regista giapponese torna nella capitale tedesca con un nuovo film in concorso, Kabei, che racconta una storia più recente ma che comunque ha ancora una volta al centro i rapporti personali, i sentimenti e la storia del Giappone. Kabei è il soprannome dato in famiglia ad una donna che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale vede il marito – professore e intellettuale – arrestato per pubblicazioni giudicate anti-patriottiche. Si troverà quindi da sola a crescere le due figlie di 9 e 12 anni, e lo farà con l’aiuto della nuora e di Yamakasi, un ex studente del marito. Con il trascorrere del tempo la guerra diventa una realtà, il marito muore in prigione e Yamakasi coverà per lei sentimenti sempre più forti ma mai espressi per chiare ragioni di opportunità.
Inferiore alla citata trilogia samurai, con Kabei Yamada riesce però ad essere ugualmente efficace nel raccontare con misura, discrezione e realismo i sentimenti dei suoi protagonisti, attraverso i quali prosegue nella sua descrizione del carattere e della mentalità nipponiche. Kabei è un film di dettagli, di piccoli gesti compiuti dai personaggi, intriso di quel pudore che è parte integrante della cultura giapponese, nel quale le vicende personali vengono accompagnate da un quadro storico importante ed influente. Peccato però che non si riescano nel film a toccare quelle vette di poeticità e di empatia che caratterizzavano le opere precedenti del regista, anche per via di una dilatazione dei tempi e dei ritmi che, pur funzionale, è meno azzeccata che altrove. Restano però momenti divertenti o intensi, ed il bellissimo personaggio di Yamakasi, interpretato dal divo del Sol Levante Asano Tadanobu.


Quella di ieri è stata poi la giornata di Nanni Moretti, o meglio di Caos calmo, il film diretto da Antonello Grimaldi che lo vede protagonista. Inutile indugiare sulla trama, visto che del film si è parlato a lungo e che è già nelle sale italiane; bisogna però sottolineare che il film, pur con diversi difetti, riesce a centrare il bersaglio in più di una occasione, e che parla di tematiche magari non nuove nel nostro cinema azzardando però chiavi e modalità che solitamente i film nostrani evitano, rintanandosi negli stessi luoghi comuni di sempre. Nello specifico, decisamente riuscito è il rapporto del personaggio di Moretti con quelli della figlia e del fratello, così come l’intensità del dolore trattenuto del protagonista; quello che stona e che dimostra le carenze e la mancanza di una forte personalità della regia, sono tutta una serie di situazioni e di personaggi che fanno da punteggiatura alla vicenda principale del film e che rappresentano dei bruschi cali nella tensione emotiva del film, nonché delle cadute in quelle forme e modi del nostro cinema che Caos calmo ha cercato e poteva evitarsi del tutto. Un film che supera la sufficienza ma che si ferma alle soglie del discreto, assolutamente moretticentrico: il Nanni nazionale (anche co-sceneggiatore) è effettivamente bravo, anche se – e non va considerato necessariamente un difetto – specie nella parte iniziale del film emerge chiaramente come la sua interpretazione appoggi su una base fatta un gran parte di morettismi, che pure vengono contenuti ed isolati nei momenti opportuni. Calda l’accoglienza alla proiezione per la stampa, e non solo per via del basso livello dei film visti finora.

Era Lady Jane di Robert Guediguian il terzo film in concorso della giornata di ieri, sicuramente il più debole ed il più allineato verso il basso. Siamo ad Aix- en-Provence, e per salvare il figlio misteriosamente rapito una donna chiede aiuto ai suoi due vecchi amici, con cui nei bei tempi andati aveva formato una formidabile banda di rapinatori. Nei primi minuti Lady Jane illude, spacciandosi per una sorta di polar (anche abbastanza secco ed efficace) che ha una trama legata alla vendetta. Ma con il procedere del film, si capisce che l’arroganza del regista francese ha colpito ancora, e che invece di abbracciare il genere Lady Jane diviene l’ennesima rielaborazione autoriale, carica di retorica e paternalistica fino al midollo nei confronti dello spettatore, che secondo Guediguian ha bisogno di essere imboccato con il cucchiaino per comprendere la “profonda” riflessione del film sulla catena di sangue e di violenze legate alle inutili vendette, con tanto di paralleli accennati alla situazione mediorientale e di proverbio esplicativo che chiude il film.



Tra i tanti film, nella giornata di ieri la sezione Panorama ha presentato anche Otto; or Up with Dead People, il nuovo film di Bruce LaBruce. Pressoché sconosciuto al grande pubblico, specie in Italia, il canadese LaBruce è probabilmente il re del queer cinema indipendente, amatissimo dai suoi fan, autore di un cinema bizzarro ed estremo, che contamina genere, erotismo, pornografia ed estetica e tematiche prettamente indie.
Questo suo nuovo film racconta la storia di un giovane zombie che, raggiunta Berlino, viene scovato da una regista ultraindipendente e molto arty che sta girando un porno-horror con zombie gay; convinta che si tratti di un attore molto dedito nella parte, decide di costruirgli il film intorno. Una trama che sulla carta non rende giustizia alla follia creativa di LaBruce, che realizza un film dove si accavallano stili diversissimi (dal bianco e nero al muto, al colore, al porno, alla commedia e all’horror), film nel film, ironie sul mondo e la retorica del cinema underground accompagnate a forti prese di posizione in chiave queer.
Un film di certo non per tutti i palati, che nella sua anarchia creativa si fa a volte troppo confuso, che non sempre tiene il ritmo necessario, che alterna idee e soluzioni geniali ad altre assai meno riuscite. Ma va sicuramente riconosciuto come un cinema come quello di LaBruce sia molto interessante (e persino necessario) da un punto di vista teorico e politico sia nella riflessione tutta interna (?) alla cultura queer che di riflesso su tutto il mondo che ci circonda.

Federico Gironi



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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