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Berlinale 2008 - 7

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival del Cinema di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 6° giorno

Hong Sang-soo è un coreano. Ma sotto sotto, e nemmeno troppo, si sente profondamente francese. Il suo cinema – che non amo affatto – è sempre infatti stato caratterizzato da un approccio cinematografico che tradiva evidenti ispirazioni provenienti dal cinema transalpino, e da Eric Rohmer in particolare. E tanto per cambiare, anche per questo Night and Day – che ha aperto la giornata di ieri per quanto riguarda il concorso berlinese – il discorso è ancora lo stesso. Scappato da Seul per una sciocchezza legale (era stato denunciato per aver fumato una canna), il protagonista, aspirante pittore, vola alla volta di Parigi. Lì si terrà in stretto contatto telefonico con l’amata moglie, diventando al tempo stesso parte della ristretta comunità coreana della capitale francese e innamorandosi di una giovane ed affascianante compatriota studentessa di Belle Arti. Girato sotto forma di diario, con tanto di divisione per data delle vicende, Night and Day è a tutti gli effetti un classico film di Hong, presentandone al suo interno i pochissimi pregi ed i tanti difetti. Pregi che possono riguardare alcune scelte narrative e di sceneggiatura, difetti che riguardano invece una compiaciuta logorrea della storia e dei personaggi, inutili dilatazioni temporali, scelte visive piatte e/o piuttosto fastidiose, come l’uso insistito di rapidi schiaffi della macchina da presa seguiti da zoom, o per converso una staticità che mira ad esaltare situazioni o dettagli presuntamente poetici. In sostanza, un film noiosissimo, dove i ragionamenti del regista sull’amore e sul peccato (nel caso specifico, il tradimento) lasciano il tempo che trovano.

Un grande successo di critica sembra avere aver riscosso il nuovo film di Mike Leigh, Happy-Go-Lucky. Successo che mi lascia piuttosto perplesso. La storia vede protagonista una trentenne inglese di nome Poppy, maestra elementare dall’improbabile guardaroba anni Ottanta (ritornano, ritornano…) che affronta la vita con un sempiterno sorriso sulle labbra, non la smette mai di parlare, cerca di rallegrare il suo prossimo ma lo sfinisce anche un po’. La seguiamo nelle sue giornate, al lavoro, a lezione di flamenco dove accompagna una collega, ma soprattutto nei weekend, quando esce con le sue amiche fidate divertendosi un mondo e prende settimanali lezioni di guida da un personaggio che è esattamente il contrario di lei: burbero, iperquadrato, un po’ razzista, perennemente arrabbiato.
Francamente non si capisce in primo luogo dove Happy-Go-Lucky voglia esattamente andare a parare: la filosofia di vita di Poppy, questa sorta di fool’s wisdom consapevole posticcia, si rivela nel corso del film realmente positiva ed efficace solo per se stessa, visto che riesce a migliorare la sua personale condizione e non quella degli altri; inoltre a partire dalla protagonista passando per altri personaggi, molte delle figure che affollano il film di Leigh sembrano affette da nevrosi di varia natura (dalla logorrea di Poppy al nervosismo dispotico di un’amica incinta, ad un barbone pazzo con il quale Poppy “stabilisce un contatto”, ad un bambino violento, fino alla personalità border line dell’insegnante di scuola guida). Che il mondo di oggi porti a degenerare lo sappiamo già, e Leigh sembra solo prenderne atto senza proporre soluzioni che siano appunto non egoistiche e scientemente di facciata da parte di persone che esplicitamente si rifiutano di crescere e di assumersi responsabilità.
Ora, se non si può definire quello di Leigh “brutto” nel senso più tradizionale del termine, è però uno dei film che oltre a lasciare assai perplessi per quanto riguarda il messaggio, colpisce per una sceneggiatura tanto curata (e paradossalmente riuscita) da rendere tangibile l’artificiosità e la costruzione del tutto. Non mancano momenti e battute molto divertenti - su tutti la lezione di flamenco, le battute anti-inglesi dell’insegnante spagnola ed il suo mini esaurimento nervoso – ma nel complesso certe artificiosità e certe estremizzazioni annoiano ed infastidiscono.

Terzo film del concorso presentato ieri era l’atteso Standard Operating Procedure, il documentario di Errol Morris che prende le mosse dai famigerati scatti fotografici che riprendevano gli abusi compiuti da militari statunitesi ai danni di prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib. Morris alterna nel suo documentario i crudissimi e a tratti disturbanti scatti incriminati, le interviste a molti dei militari coinvolti e alcune scene di interludio che ricostruiscono e/o commentano quanto avvenuto (realizzate con grande abilità cinematografica e solo a tratti eccessivamente retoriche). Come sua abitudine, il documentarista americano lascia che siano i fatti e le persone a parlare, lasciando allo spettatore il compito di farsi un’opinione (fermo restando che di un orrore si è trattato e si possono discutere al massimo le cause dell’accaduto). Quello che emerge chiaramente sono soprattutto due fattori: che Abu Ghraib è stata forse solo la punta di un iceberg, che certe cose sono purtroppo “procedure operative standard”, venute alla luce solo per via delle foto; la seconda, consequenziale, è una riflessione sul valore ed il senso dell’immagine. Fotografie che i coinvolti nel processo a danno dei militari hanno dovuto valutare per il loro significato “oggettivo” e non per le implicazioni emotive; foto che rendono pubblico quel che altrimenti sarebbe rimasto impunito, come a riaffermare che oggi esiste e si considera solo quel che si vede.


Presentato nella sezione Panorama era invece il sudafricano Jerusalema, cronistoria dell’ascesa e della caduta (ma con resurrezione) di un gangster/benefattore che da Soweto arriva ad essere un ricco e stimato padrino del quartiere popolare di Hillbrow, a Johannesburg. Lucky, questo il nome del protagonista, inizia ad immischiarsi con il mondo del crimine per trovare i soldi necessari per andare all’università; abbandonati i sogni d’istruzione, cercherà anche di lasciare il crimine, ma sarà costretto a tornarvi, seppur con una certa qual moralità, per sopravvivere, sfruttando la sua intelligenza per appropriarsi di una serie di palazzi in uno dei quartieri più poveri della città sudafricana. Una vicenda che chiaramente vuole ragionare sulla situazione socioeconomica del Sudafrica, su temi razziali, il tutto condito da un vago e ingiustificato sottotesto religioso, il tutto in chiave gangsteristica. Diretto da Ralph Ziman il film non parte malaccio, ma purtroppo peggiora andando avanti con la sua storia, mancando di ritmo, reali motivi di interesse e soprattutto cadendo in una lunga serie di luoghi comuni da brivido (sia nel racconto della vita da gangster del protagonista, che nel suo rapporto con una ragazza bianca, che nel ritratto di temi razziali. Bisogna pur dire che tutti questi difetti penalizzano il film ma perlomeno non fanno rabbia; al contrario, a volte il film fa quasi tenerezza per l’evidente ingenuità che lo caratterizza da punto di vista registico, attoriale e nel complesso realizzativo. Ciò nonostante, è comunque da bocciare.

Federico Gironi



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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