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Berlinale 2008 - 6

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival del Cinema di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 5° giorno

Oramai sembra quasi che un festival che “si rispetti” non possa farsi mancare un film di Johnnie To: il prolificissimo regista di Hong Kong è diventato infatti uno dei protagonisti ricorrenti delle grandi manifestazioni internazionali, da Cannes a Venezia, passando per Toronto e ora, con l’ultimo Sparrow, anche la Berlinale, dove già anni fa To fu protagonista con PTU.
Sparrow (presentato in concorso) è un piccolo film, un divertissement, sicuramente lontano dalla pregnanza di grandi opere di To come i due Election, come Throw Down o come Exiled; ma non è di certo nemmeno una delle opere più bassamente alimentari e commerciali del regista.
Attraverso la vicenda di una gang di quattro abilissimi borseggiatori (guidati dal grande Simon Yam), che mettono le loro capacità al servizio di una affascinante ragazza che tenta di riguadagnare la sua indipendenza da un boss che la tiene sempre sotto controllo, To dimostra ancora una volta il suo enorme talento per la costruzione delle immagini, per la gestione dello spazio e del tempo cinematografici, per il cinema tout court. I toni sono lievi ed ironici (ricordano, ma assai in meglio, quelli di Yesterday Once More), le atmosfere, specie nella parte iniziale, ricordano quelle dei gialli-rosa degli anni Sessanta - non a caso citati nella piacevolissima colonna sonora. Ma è nelle scene in cui i vari borseggiatori dimostrano le loro capacità, e soprattutto in una spettacolare sfida finale sotto la pioggia (che invece cita i duelli del western) che To da il meglio di sé, costruendo degli affascinanti balletti nei quali la gestione dei corpi, dei loro movimenti e di quelli della macchina da presa è gestita con sapiente maestria. Se nei suoi capolavori, nei noir che lo hanno reso celebre, To applica le sue prospettive geometriche a traiettorie balistiche o a scontri fisici, o a scene che riescono spazialmente a costruire suspense, in Sparrow tutto viene messo al servizio di una vera e propria danza (fisica e narrativa) che si guarda con il sorriso stampato sulle labbra.
Sarà esile nella trama, Sparrow, sarà scontato negli esiti, ma è un film di grande piacevolezza, che specie nel contesto di un concorso finora in media scadente come quello di quest’anno, spicca e si apprezzare molto.

Tanto Sparrow è lieve e delicato, tanto invece Tropa de Elite, del brasiliano José Padilha, è grossolano e disordinatamente ipercinetico. Per carità, è ovvio che queste differenze siano figlie anche del soggetto di questo film in concorso: la storia è infatti quella di alcuni personaggi che ruotano intorno al BOPE, il reparto speciale della polizia brasiliana, temutissima dai criminali perché efficientissima, violenta e virtualmente immune dalla corruzione che invece devasta le forze di polizia ordinarie. Attraverso le vicende di questi personaggi (uno capitano di uno dei reparti in questione, altri due poliziotti ordinari destinati a farvi parte), Padilha mira chiaramente ad intenti sociologici, cercando nella prima parte del film di regalare uno spaccato dei complessi rapporti che legano fra loro mercanti di armi e droga, abitanti delle favelas (ma non solo) e forze dell’ordine corrotte o conniventi, passando nella seconda a raccontare la trasformazione di uno dei protagonisti, che per rabbia e frustrazione adotta nella lotta ai criminali delle modalità ai limiti (e oltre) la legalità che mai avrebbe abbracciato se non costretto. Peccato che Tropa de Elite sia pedantemente didascalico in queste sue mire sociologiche, che un’onnipresente voce narrante appesantisca il tutto e che lo stile visivo nervoso e frammentato sia assai distante da quello di un chiaro riferimento come Paul Greengrass ma risulti appunto unicamente grossolano e disordinato, senza rispecchiare o essere rispecchiato dal contenuto che veicola. Come nota di cronaca segnalo che la proiezione mattutina di Tropa de Elite (che ha l’ulteriore, non indifferente difetto di essere bello noioso) ha macchiato la tradizionale efficienza teutonica, essendo stato proiettato in ritardo e senza i sottotitoli in inglese, con inevitabili disagi per la stampa internazionale.

Interessante è invece Det som ingen ved, ultima fatica dell’ex “dogmatico” Søren Kragh-Jacobsen, il regista di Mifune, che si presenta un po’ a sorpresa nella sezione Panorama con un thriller spionistico in piena regola. Protagonista è un uomo di nome Thomas (un ottimo Anders W. Berthelsen), che in seguito alla morte della sorella scopre un oscuro piano che vedeva coinvolto il defunto padre, agente dei servizi segreti militari, e che aveva a capo l’uomo a capo dei servizi al giorno d’oggi, potente figura che mira ad aumentare il controllo occulto sulla popolazione danese. Thomas cercherà di portare il piano allo scoperto, ma le forze con cui si deve confrontare sono troppo potenti, e minacciano la sua famiglia ed i suoi cari. Elegante nella forma senza mai essere patinato, Det som ingen ved è un film chiaramente politico, che denuncia apertamente le politiche di controllo nate in molti paesi occidentali prima e dopo l’11/9, l’impotenza dei cittadini contro lo strapotere di chi detiene il controllo, ma che riesce anche attraverso alcune vicende parallele a gettare luci inquietanti su certi tipi di istituzione familiare. Certo, come contenuti non c’è nulla di particolarmente nuovo o originale, ma il film di Kragh-Jacobsen ha un buon ritmo, costruisce e tiene bene la tensione e si avvale di un ottimo cast, del quale fa anche parte la bella Maria Bonnevie. Ci si appassiona quindi alla vicenda di Thomas, e se durante il film è l’elemento umano a coinvolgere e colpire, il sottotesto politico non passa mai eccessivamente in secondo piano né al contrario diviene pedantemente sottolineato. Ulteriore conferma della validità della sezione Panorama e di come il genere permetta al cinema (nel senso più ampio del termine) di esprimersi a volte meglio di tanti tentativi intellettualistici ed autoriali.

Federico Gironi



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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