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Berlinale 2008 - 5

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival del Cinema di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 4° giorno

A volte capita di rimanere sorpresi, e di fugare (alcuni de) i pregiudizi che uno può avere approcciando la visione mattutina di un film in concorso iraniano. Perché pur assai lontano dalla perfezione, e forse anche dal “bello”, The Song of Sparrows, il film di Majid Majidi che ha aperto la quarta giornata della Berlinale, è un film presenta alcuni motivi d’interesse, e che soprattutto si distanzia dalla tradizione più paludata e punitiva del cinema iraniano.
La storia è quella di Karim, un uomo che vive nelle zone rurali intorno a Teheran, lavorando in un fattoria dove si allevano struzzi. Dopo aver perso il lavoro per via di un piccolo incidente, e bisognoso di denaro per provvedere alla famiglia, Karim si reca nella capitale, dove quasi per caso scopre di poter guadagnare bene usando la sua due ruote come mototaxi o come pony express. Ma le sue ambizioni sembrano diventare presto eccessive, ed anche il suo carattere – solitamente generoso ed altruista – sembra risentirne. Nonostante così riassunta la trama possa apparire semplicistica e financo noiosa, colpisce come Majidi abbia puntato molto su una costruzione narrativa che mira a raccontare al tempo stesso una storia intima e la mutevole realtà economica del paese attraverso un registro che opta per i toni più lievi e persino umoristici invece di caricare lo spettatore con ansie e pesantezze. The Song of Sparrows descrive personaggi di grande dignità, risultando uno spaccato, parziale quanto si vuole ma comunque sincero, di una società come sospesa fra due ere. Nella storia di Karim (così come in quella parallela di suo figlio, che con gli amichetti sogna di trasformare un deposito d’acqua in rovina in una vasca per allevare pesci) si sintetizza la tensione tra un Iran ancora rurale con quello che nella capitale cerca di abbracciare il capitalismo e un benessere economico che è ancora per pochi.
Una storia semplice ma non priva di interesse, quella di The Song of Sparrows, girata però con uno stile che alterna immagini e situazioni efficaci e d’impatto con altre che invece rimangono troppo legate a quel genere di cinema iraniano che proprio non riesco a digerire.

Indigeribile da ogni punto di vista è invece Elegy, l’adattamento firmato da Isabelle Coixet di un’opera letteraria di Philip Roth che si giocherà con Black Ice il mio personale Orso di spazzatura per il trash del concorso berlinese.
Ben Kinglsey è un professore universitario avanti con gli anni fiero della sua indipendenza e del suo libertinismo, che dopo aver deciso di portarsi a letto una nuova studentessa (Penelope Cruz) finirà con l’innamorarsene senza saper come gestire la situazione. Lei si stuferà, lui andrà in crisi, la morte dell’amico fidato peggiorerà le cose e via di questo passo, fino ad un finale tronfio e compiaciuto della sua retorica e del suo moralismo. La sopravvalutatissima regista de La vita segreta delle parole non ci risparmia alcun luogo comune, tentando disperatamente di trasmettere quell’atmosfera intellettuale newyorchese che fa tanto gongolare certa parte del pubblico, vorrebbe proporre un manifesto “di rottura” a favore della rivalutazione del sentimento, con ulteriori pretese di bilanci esistenziali per persone che troppo tardi nella vita si rendono conto di (presunti) errori commessi. Si cita il teatro, si adoperano la musica classica e la grande pittura nel tentativo di mascherare il vuoto cinematografico che il film porta con sé. E nel suo moralismo perbenista e un po’ ipocrita, la Coixet gira anche male, sbagliando tempi e ritmi, cadendo a tratti nel ridicolo involontario a causa dell’eccessivo autocompiacimento.



Dopo Shine a Light, il secondo dei film fuori concorso presentati alla Berlinale è stato il melò familiare Fireflies in the Garden, primo lungometraggio di Dennis Lee (anche sceneggiatore) che conta su un cast che comprende Ryan Reynolds, Emily Watson, Willem Dafoe, Julia Roberts, Carrie Ann-Moss ed Hayden Panettiere. Un film dall’intreccio complesso, che parte da un lutto e che s’incentra sul rapporto conflittuale e difficoltoso tra un figlio (Reynolds) e un padre che è sempre stato anaffettivo e dispoticamente autoritario.
Dopo un incipit che fa temere il peggio, bisogna ammettere che Dennis Lee non manca del tutto il bersaglio, riuscendo – seppur a sprazzi – a centrare l’asciuttezza e la sobrietà di cui una storia del genere necessita, azzeccando alcune delle relazioni tra i tanti personaggi che compongono la famiglia allargata del film, pur mal calibrandone altre. Forse il problema di Fireflies in the Garden è la troppa carne messa al fuoco da Lee, ed il suo cedere alle facili tentazioni dei flirt con stereotipi e ruffianerie (come quando eccede nel giocare con lo svelare/non svelare degli accadimenti del passato), anche se mai completamente. Avrà pesato il fatto che storia raccontata da Lee è per lui semi-autobiografica e che le distanza non sempre sono state quindi mantenute. Reynolds, figura centrale del film, regge la parte più che degnamente, ma la cosa non mi sorprende più di tanto: già nel misconosciuto Waiting… aveva dimostrato di non essere malaccio.


Boy A, film d’origine televisiva passato poi al cinema, è stato invece presentato nella sezione Panorama. Diretto da John Crowley, regista irlandese che ha all’attivo il non malvagio Intermission, il film vede il giovane Andrew Garfield nei panni di un ragazzo che dopo anni trascorsi in carcere a causa di un brutale fatto di sangue che lo aveva visto coinvolto poco più che bambino, viene rilasciato e reinserito nella società con una nuova identità. Ad aiutarlo Peter Mullan, agente specializzato nell’assistenza ai minori che si sono riabiliti. Tutto sembra andare per il ragazzo, finalmente in grado ti tornare a vivere e di archiviare il passato, quando come un fulmine a ciel sereno la sua identità viene resa nota a quelli che erano diventati i suoi amici, i suoi colleghi, la sua fidanzata. Crowley, pur eccedendo nell’uso di camera a mano e di fastidiose solarizzazioni, tiene ben salde le redini di una vicenda che alterna due piani temporali, e soprattutto schiva ogni forma di facile moralismo nel presentare al pubblico il problema di quel che significa redenzione, sul senso del sistema carcerario, su un apparato di pensiero sociale e mediatico che non vuole invece dimenticare il passato e che si fa prendere da sensazionalismi e da tentazioni forcaiole. Gli errori commessi possono essere riparati? Si può avere una seconda chance nella vita? Crowley pare rispondere positivamente, mostrando però che il problema non risieda nel cambiamento dei soggetti ma nell’incapacità di perdonare della nostra società. Interessante nei temi, Boy A è nel complesso un film discreto, supportato da un ottimo cast, ma forse non incisivo come avrebbe potuto.

Federico Gironi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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