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Berlinale 2008 - 4

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival del Cinema di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 3° giorno

Nella sua terza giornata, il concorso della 58esima Berlinale è proseguito con esiti decisamente altalenanti. La giornata era iniziata più che discretamente, con un film di certo non eccelso ma gradevole e apprezzabile da diversi punti di vista come Lake Tahoe, secondo lungometraggio firmato dal messicano Fernando Eimbke. Il film, ambientato in una piccola cittadina dello Yucatan, prende le mosse da un piccolo incidente stradale di Juan, ragazzo 16enne che seguiamo passo passo nella ricerca di un meccanico che lo aiuti a recuperare l’auto sulla quale viaggiava. Una ricerca che lentamente si rivela prima una tragicomica odissea, poi un brevissimo (ma carico di significati) percorso di formazione per il protagonista, che scopriremo anche aver perso da pochissimo il padre. Nei primissimi minuti Lake Tahoe spaventa un po’, a causa della brutale introduzione di una forma narrativa apparentemente punitiva per lo spettatore, fatta di lunghe inquadrature a camera fissa, uso del nero come raccordo e spiegazione, lunghi silenzi. Questa stessa forma, pur immutata, si rivela però nel corso del film capace di essere estremamente funzionale alle intenzioni di Eimbke, che non sono di certo quelle di abbracciare le forme più pesanti e anti-spettatoriali di certo cinema d’autore: i riferimenti del regista non sono infatti quelli, quanto quelli di un cinema in grado di giocare con le immagini e con i temi con grande ironia, come certo cinema indie a stelle e strisce recente e non. Il messicano riesce quindi a divertire e coinvolgere, a scavare nei suoi temi e a far pensare pur dando l’impressione di rimanere sempre in superficie, come testimoniato dall’abbondanza di inquadrature volutamente piatte e senza profondità. Lentamente si abbraccia senza troppi indugi lo stile del film ed il suo ritmo volutamente bizzarro, e ci si incuriosisce alle storie e al destino di Juan e dei vari, singolari personaggi che s’incontrano nel film. Per carità, Lake Tahoe non fa gridare al capolavoro, ma è uno di quei film “da festival” che restituiscono interesse e dignità alla definizione.

Non è invece il caso di Julia, ultima fatica di Erick Zonca, il francese de La vita sognata degli angeli. Protagonista è il personaggio che dà il titolo al film, una 40enne alcolizzata e inaffidabile, bugiarda compulsiva e opportunista: quando la sua vicina di casa dalla psiche disturbata le chiede di aiutarla a rapire il figlio che il suocero ricchissimo non le permette più di vedere, Julia pensa bene di sfruttare la cosa a suo vantaggio, di rapire lei il bambino e di chiedere un cospicuo riscatto. Va da sé che le cose non saranno così facili. Chiaramente ispirato al Gloria di Cassavetes (ma se il vecchio John lo sapesse si rivolterebbe nella tomba), Julia è un film pacchiano, fastidioso e inaffidabile come la sua protagonista. Ed anche ugualmente logorroico, visto che la durata complessiva del film raggiunge i 138 minuti. Non si capisce benea dove l’arrogante Zonca volesse arrivare con questo suo film, che inizia con il banale ritratto di una persolità border line e si tramuta lentamente in un thriller d’azione (almeno nelle intenzioni) con l'ambizione di abbinarlo ad una storia di formazione. Tilda Swinton è anche brava nei panni della protagonista, ma sarebbe il caso che decidesse di utilizzare meglio (leggi: in film migliori) il suo talento.

Il terzo film in concorso della giornata di ieri, Gardens of the Night, è stato se possibile ancora peggiore. Diretto da Damian Harris, già autore di capisaldi del cinema contemporaneo quali Mercy - Senza pietà e Doppio inganno, in film racconta di Leslie, una bambina di otto anni che viene rapita da due pedofili – già in controllo di un bimbo nero, l'unica persona con la quale potrà costruire un rapporto – che la sfruttano per fare soldi; la ritroviamo poi dieci anni dopo, sempre assieme a quelli che per lei è diventato una specie di fratello, divenuti ragazzi di strada che vivono di prostituzione e di espedienti. Alla fine ritroverà la sua famiglia, per capire però che oramai non è più quello il suo posto. Non solo Gardens of the Night è girato maluccio e cade nella peggiore retorica e nei peggiori stereotipi dei film che raccontano situazioni del genere, ma ha l’aggravante di essere ruffiano e di sfruttare in maniera superficiale (e a tratti piuttosto becera nella sua furbetteria) le tematiche che s’imponeva di affrontare. Le agenzie di ieri parlavano di “film shock”: nulla di più lontano dal vero. Nessuno shock, ma tanta patinatura e falso moralismo ed una denuncia di una piaga come quella della pedofilia e della prostituzione minorile davvero all’acqua di rose, con un finale che solleva anche alcuni inquietanti interrogativi morali.
È pur vero che non possono essere tutti Van Sant o Araki, ma la mano di Harris è veramente sballata e perfino dannosa.

Sarò ripetitivo, ma per fortuna che c’è Panorama.
Transsiberian, l’atteso thriller di Brad Anderson (il regista apprezzato per Session 9 e per L’uomo senza sonno) non delude affatto le aspettative. Storia di una coppia (apparentemente normale) che nel corso di un viaggio sulla celebre linea ferroviaria che attraversa tutta la Russia rimane coinvolta in una losca faccenda di droga, Transsiberian è un film assai sfumato, che travalica i limiti del genere, pur rispettandone in pieno esigenze e tradizioni. Se infatti da un lato la vicenda thriller è ben congegnata e sviluppata, dall’altro è evidente (come nel caso dei suoi film precedenti) che ad Anderson interessano principalmente le psicologie dei suoi personaggi, la loro evoluzione, il progressivo disvelamento di quel che vanno negando agli altri e a loro stessi. Transsiberian è infatti un film che, in maniera che oramai potremmo definire andersonaiana, presenta una protagonista (Emily Mortimer) alle prese con un passato con il quale non ha fatto definitivamente i conti e che riemergerà per tentarla e tormentarla, è un film che gioca tantissimo con le definizioni di bene e di male, accennando persino alcune riuscite simbologie legate alla religione (tema peraltro esplicito fin dall’inizio del film). Solido e ben girato, Transsiberian è quindi decisamente un buon thriller con qualcosa in più, che mi auguro potremo vedere presto in Italia.

Sempre restando in Panorama e sempre parlando di cinema di genere, una citazione va anche a Eskalofrio, horror-thriller spagnolo diretto da Isidro Ortiz, che aveva esordito nel 2001 con Fausto 5.0 il film con il quale la Fura dels Baus rivisitava il mito di Faust. Costretto da una rara malattia legata all’esposizione ai raggi solari ad abbandonare la città per un’ombrosa valle a metà tra montagna e campagna, il giovane Santi si trova a fronteggiare la diffidenza dei paesani ed una creatura che si aggira nei boschi. Quando la creatura inizia a fare vittime fra gli umani, in molti sospettano che il responsabile sia proprio il ragazzino che pare un vampiro. Onestamente, Eskalofrio è poco più di una sciocchezzuola, un’accozzaglia di luoghi comuni e di situazioni classiche del genere di appartenenza, ma alla fine il cocktail non è poi tanto sgradito al palato. Introducendo il suo film Ortiz lo aveva detto: lo scopo era solo quello di divertire e incuriosire: allora il suo film può dirsi riuscito, nonostante qualche lungaggine di troppo. Merito del fatto che regista e film non paiono essersi presi troppo sul serio, coscienti dei loro limiti, quasi autoironici. In assoluto un film mediocre, ma forse riconducibile alla categoria dei guilty pleasures.

Federico Gironi



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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