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Berlinale 2008 - 3

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival del Cinema di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 2° giorno

Giunta alla sua seconda giornata, la Berlinale è entrata nel vivo, inaugurando il concorso dell’anno con tre titoli tra i quali ovviamente spiccava Il petroliere di Paul Thomas Anderson. Quello del 37enne regista californiano è uno di quei film sui quali – per portata, sfumature e anche per via di un’interfaccia con lo spettatore non esattamente friendly – è difficile parlare a caldo, che richiede almeno una seconda visione per essere compreso ed apprezzato in tutte le sue sfumature e che nell'immediato post visione lascia un po’ imbambolati (non necessariamente in senso negativo, anzi). Ma se lo si lascia lavorare dentro a dovere, emerge in tutta la sua pienezza un’opera nella quale il Cinema viene portato alle sue estreme conseguenze. Il petroliere è un film grandioso, magniloquente, lager than life così come il personaggio che ne è protagonista; un film in grado di suscitare reazioni al tempo stesso istintive e cerebrali, che tocca epidermicamente ma che s’insinua anche sottopelle. Abbandonato il personale post-moderrnismo di cui si era fatto alfiere – pur declinato in modi diversi nei quattro film da lui firmati – Anderson opta per un registro che è quello delle grandi opere del passato, degli albori della storia del cinema, realizzando un film che riecheggia quelli degli storici grandi della Settima Arte, da Griffith fino a Welles. Attraverso la parabola personale del suo protagonista Daniel Plainview – un Daniel Day Lewis in grado di fare letteralmente paura, intenso all’inverosimile, sopra le righe senza mai esserlo davvero, diversamente da quel che accadeva in Gangs of New York – ripercorriamo la nascita di una nazione (anche in senso griffithiano, appunto – respirando la polvere dei deserti, percependo sulla pelle l’unto del petrolio, sentendo su e dentro di noi il sangue non a caso citato nel titolo originale dell’opera che scorre e che viene versato. Quel che Anderson dice (ovvero che l’America si è fondata sul sangue e sull’inganno, perpetrati attraverso le storture che l’ambizione umana ha fatto di un sistema economico e religioso) non è forse così originale, seppur oggi importante: ma è il modo di dire quel che vuole, che colpisce profondamente. Citazione di merito per l’elaborata e coinvolgente colonna sonora di Jonny Greenwood.

Non è però per via del confronto impari che da bocciare siano invece gli altri due titoli visti in concorso ieri: In Love We Trust del cinese Wang Xiaoshuai ed il finlandese Black Ice di Petri Kotwica. Il film del regista di Le biciclette di Pechino racconta la storia di una coppia (divorziata da 4 anni e più o meno felicemente risposata) la cui figlioletta si ammala di leucemia: per salvarla è necessario un trapianto di midollo da donatore compatibile, e la madre si mette in testa che l’unica soluzione è darle un fratellino o una sorellina che abbia gli stessi genitori. Cosa che crea naturalmente sgomenti e crisi etico-morali presso l’ex marito ed i rispettivi nuovi coniugi. Wang ambisce evidentemente ad evitare gli ostacoli del patetismo e della retorica sulle malattie al cinema, preferendo focalizzarsi sui dilemmi degli adulti ed adottando uno stile narrativamente e visivamente freddo e contenuto. I suoi forzi però si rivelano vani, visto che retorica e patetismo si raggiungono per scelte opposte a quelle citate, e che mai si riesce ad empatizzare con i protagonisti e con i loro problemi - tanto che si rimpiange che il film non si sia incentrato sulla povera bambina. Non aiuta di certo la scelta di giocare su primi piani di stampo telenovelistico (con involontario effetto parodistico), mentre lascia letteralmente basiti un’intermezzo “comico” a-la-American Pie quando il padre della bimba, convinto dalla donna, deve donare lo sperma necessario alla fecondazione in vitro della ex moglie. Ma a qualcuno piacerà, visto che si tratta del classico, prototipico film da festival e di un film appartenente alla più stantia delle tradizioni autoriali cinesi.

Se con In Love We Trust la noia regna sovrana, con Black Ice almeno ci scappa qualche risata. La storia è quella di una donna 40enne, borghese e benestante, senza figli, che scopre che il marito ha una giovane amante: decide di seguire la ragazza e quasi per caso finisce con diventarne (sinceramente) amica, nascondendole però la sua vera identità. Da qui prende in via un “complesso” gioco di bugie incrociate, di ruoli e di identità che ovviamente si concluderà in maniera tragica. Kotwika fa iniziare il suo film come il più classico dei drammi familiari scandinavi (anche se va sottolineato che la Finlandia non è geograficamente e culturalmente parte della Scandinavia), lo fa proseguire trasformandosi in un thriller “d’autore” (sorta di Attrazione fatale al contrario) e concludendosi come un melodrammone di bassa lega. Tra stereotipi a go-go, utilizzo criminoso di simbolismi psicanalitici come maschere, specchi infranti e altro, e un gusto per l’immagine patinato e naif, Black Ice sfocia spesso e volentieri nel ridicolo involontario. Un film come questo in concorso avrebbe senso solo inserendo tra i premi anche un Orso di spazzatura al miglior trash della selezione: il che potrebbe anche essere una buona idea.

Purtroppo ha deluso anche il film ha inaugurato la sezione della Berlinale sulla quale storicamente punto di più, Panorama. Inspiegabilmente vincitore del premio miglior regia, sezione World Cinema, festival di Sundance, Mermaid, della regista russa Anna Melikian, è un film esile ai limiti dell’inconsistenza. Protagonista una ragazza che non ha mai conosciuto il padre e che fin da piccola si è costruita un mondo di fantasie e illusioni, convincendosi negli anni di poter realizzare i propri più profondi desideri solo concentrandosi. E il passaggio da una piccola cittadina costiera alla metropoli moscovita non cambia questa sua convinzione. Il tutto viene raccontato dalla Melikian con un linguaggio volutamente favolistica ma che cade nel calligrafico, con tanto di intermezzi onirici dai saturi colori pastello che vorrebbero tanto fare Memories of Matsuko (se non sapete cosa sia, fatevi un favore e scopritelo!) ma che personalmente ho trovato francamente stucchevoli.

Nella sezione Forum è stato invece presentato Leo, il quarto lungometraggio dello svedese (libanese di nascita) Josef Fares, che si distacca dagli esordi da commedia di Jalla! Jalla! e Kopps per raccontare una storia decisamente cupa e drammatica. Lo spunto del film è infatti assai simile a quello del recente Il buio nell’anima: una notte, dopo aver festeggiato i suoi 30 anni, Leo e la sua fidanzata vengono aggrediti da due balordi. Nello scontro, la ragazza muore, e Leo vede giorno dopo giorno il suo dolore trasformarsi in un’inestinguibile sete di vendetta. Trascinerà con sé i suoi migliori amici, Josef e Shahab, con esiti prevedibilmente tragici. Digitale, camera a mano e tanti sforzi per raccontare un tema di grande attualità come quello della violenza che chiama altra violenza, in una spirale senza fine di morte e dolore, declinato in chiave decisamente pessimista. Meno manicheo e soprattutto molto meno ambiguo dal punto di vista morale del film di Jordan, Leo però non riesce mai a convincere pienamente, pur interessando nella parabola di un personaggio che non riesce a dominare la sua ossessione e che non trova alcuna soddisfazione attraverso i gesti che sceglie di compiere né attraverso quelli che non compie. Va però riconosciuto che Fares ha comunque la sincerità di non proporre soluzioni che legittimamente non conosce.

Federico Gironi



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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