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Berlinale 2008 - 2

Diario critico dell'edizione numero 58 del Festival del Cinema di Berlino


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Festival di Berlino 2008 – 1° giorno



Si è aperta all’insegna del rock, la 58esima edizione della Berlinale, e del rock di grande qualità, con l’atteso Shine a Light, e il direttore del festival Dieter Kosslick può legittimamente gongolare, visto che se non è da tutti avere Martin Scorsese o i Rolling Stones ad aprire un festival, figuriamoci tutti e due assieme.
Ad un occhio superficiale, Shine a Light (a Berlino fuori concorso) può apparire “solo” la riproposizione filmata di un concerto degli Stones, che coinvolgente ed entusiasmante, pur girata e montata in modo tale da “tradire” la regia di uno che di cinema ne sa eccome, non porta evidenza del marchio scorsesiano se non appunto dal punto di vista tecnico.
Ma a ben vedere, è proprio nella sua (apparente) assenza che il tocco di un grande regista si mostra in tutta la sua importanza. Perché Shine a Light è ben più che la ripresa di un’esibizione dal vivo, è un tributo a dei grandi musicisti prima, a degli straordinari animali da palcoscenico, a dei personaggi che hanno il senso dello show nel sangue poi e last but not least, dei personaggi che hanno segnato in maniera indelebile non solo la storia della musica, ma l’immaginario collettivo tutto, a delle icone che per caratura e carisma possono permettersi di non avere timore reverenziale nei confronti di nessuno – si tratti di uno dei più grandi registi contemporanei o di un ex presidente degli Stati Uniti – ma anzi di suscitare in chiunque quello stesso timore.
E questo emerge proprio attraverso le scelte in sottrazione e/o mimetiche effettuate da Scorsese. Dalle riprese del live emergono infatti non solo e non tanto la musica degli Stones ed il loro dominio assoluto sul palcoscenico, quanto – attraverso dei dettagli quasi impercettibili – il ritratto di uomini coscienti del loro potere, del loro carisma, del mistero legato a questo fascino e alla loro straordinaria longevità, ma che proprio per questo (si) divertono e possono persino permettersi una sofisticata quanto complessa forma di understatement. Per questo assume tanta importanza un incipit che è quasi una dichiarazione d’intenti, nel quale con raffinato candore Scorsese ammette implicitamente come di fronte alla “potenza” degli Stones anche lui è costretto ad abbassare il capo, e di come ad essere emozionato per un particolare “incontro al vertice” non sia di certo un Mick Jagger o Keith Richards, ma Bill Clinton.

In pochi momenti, attraverso riprese, dettagli e dichiarazioni letteralmente esilaranti, Scorsese traccia un ritratto mai banale e anzi sfaccettato di 4 uomini che sono divenuti 4 miti e sono perfettamente coscienti di esserlo, ne analizza appunto la mitologia e la mitografia, sintetizzando gran parte della storia moderna dell’industria culturale e quel postulato per il quale il rock’n’roll – e quindi gli Stones, che ne sono innegabilmente le massime incarnazioni – sia in grado di raggiungere vette d’iconicità inarrivabili ad altri settori della cultura e della politica.
Per questo, e per una musica coinvolgente e irrefrenabile, che rende difficilissimo starsene seduti sulle poltrone del cinema senza agitare gambe e braccia e senza applaudire al termine dei brani, a Scorsese si perdona anche una chiusura con un dolly simulato che sale ad inquadrare New York dall’altro che sfiora il kitsch per essenza e realizzazione.

Se gli Stones e Shine a Light rappresentano – semplificando – il lato più legato al mito, alla dissolutezza e allo show business del rock, di certo CSNY – Déjà Vu e i quattro musicisti che si nascondono dietro l’acronimo iniziale (Crosby, Stills, Nash & Young) ne incarnano quello più politico e militante. Diretto dal fantomatico Bernard Shakey (pseudonimo dello stesso Neil Young), il film che ha aperto la sezione Berlinale Special documenta il tour voluto nel 2006 dal musicista canadese nel quale, riunitosi con i tre ex colleghi, ha portato in giro per gli States un disco composto da canzoni contro la Guerra in Iraq e l’amministrazione Bush, esattamente come quasi 40 anni prima i quattro cantavano e protestavano contro la guerra del Vietnam. Il messaggio è chiaro, fin dal titolo: quel che accade oggi è esattamente quanto accadeva allora, e c’è bisogno che qualcuno prenda la parola pubblicamente e si faccia portavoce dell’esigenza di un nuovo movimento di protesta. Che debbano essere le stesse persone dovrebbe far pensare: lo stesso Young, rispondendo alla domanda di un giornalista, afferma di essersi messo in moto proprio perché non vedeva nessuno provare a fare quel che lui ed altri musicisti come lui fecero alla fine degli anni Sessanta. Una considerazione che – anche ricollegandosi a Shine a Light – aprirebbe abissi di riflessioni, su quella generazione, il loro ruolo, la loro longevità e su quella che potrebbe essere la legacy futura delle generazioni attuali.
Più che retorico per via dell’abbraccio totale al suo messaggio e alla sua dichiarata partigianeria, CSNY – Déjà Vu riesce però ad essere piuttosto interessante quando lascia parlare il pubblico dei concerti, dando voce sia a chi ama l’operazione voluta da Young per il suo significato politico sia a chi per gli stessi motivi la detesta, regalando in questo modo uno spaccato interessante (anche se di certo non inedito) degli Stati Uniti d’America, della sua popolazione, delle sue divisioni.

Non c’entra con la musica ma è sempre un documentario invece il film che ha avuto l’onore di aprire le danze per quanto riguarda la sezione più “sperimentale” della Berlinale, Forum. My Winnipeg, firmato dal canadese Guy Maddin (personaggio pressoché ignoto in Italia se non presso pochi illuminati, che proprio a Berlino lo scorso anno aveva proposto l’ottimo Brand Upon the Brain) è infatti un documentario sui generis: partendo dall’intenzione di raccontare la sua città natale – Winnipeg appunto, città situata al centro del Canada – Maddin fa molto di più, intrecciando in maniera inestricabile la storia della città con quella personale sua e della sua famiglia, realtà e finzione, tecnica e magia. E lo fa con lo stile visivo e narrativo che gli è proprio: Maddin fa propria la storia del cinema, abbracciando stili e forme del muto, dei pionieri del cinema, dei grandi espressionisti, riproponendola in una forma nuova e personalissima, surreale e onirica, che assomiglia al cinema di Stroheim o di Murnau visto attraverso le lenti di un delirio onirico lynchiano. My Winnipeg è quindi ben più di un documentario, è un viaggio attraverso la storia e la mente di Maddin (spicca ad esempio l’ossessione per la madre passivo-aggressiva già raccontata in Brand Upon the Brain), uno di quei film che rendono il Festival di Berlino quello che è e che amo: una manifestazione che offre al suo pubblico, trattandoli con lo stesso riguardo cinematografico, Scorsese ed i Rolling Stones da un lato e uno dei più sperimentali ed indipendenti cineasti in circolazione.


Federico Gironi



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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