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Bellocchio, Kaufman, Alper: a Venezia 72 è la giornata del cinema libero e metafisico

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I tre registi firmano tre film molto diversi ma accomunati dalla voglia di superare barriere e minare sicurezze


Fino a oggi, il problema principale del concorso di questo Festival di Venezia 2015 era stato, generalizzando, il suo proporre un cinema un po' pigro, vagamente lesso (fatte salve significative eccezioni come quelle di Francofonia o de L'Hermine). Fino a oggi, appunto, giornata che offre in concorso tre titoli che di tradizionale hanno ben poco, che giocano con la forma o la struttura narrativa, che spiazzano un po' e vogliono, senza far rivoluzioni, minare o comunque crepare qualche certezza dello spettatore.
Il primo di questi tre è Sangue del mio sangue, piccolo ma non per questo minore lavoro di Marco Bellocchio, un film dalla spiccata libertà e dalla giocosità solenne e esibita, che è senza troppi dubbi il migliore tra i film italiani visti finora in Concorso (di Caligari abbiamo già detto altrove) e di cui parlo più diffusamente nella recensione che trovate a questo link.



Il secondo, invece, è un film che viene dalla Turchia: s'intitola Abluka (che significa follia) ed è l'opera seconda di Emin Alper. All'uscita dalla proiezione riservata alla stampa, era tutto un confrontarsi tra critici e giornalisti sull'interpretazione di una storia che, raccontando la vicenda di due fratelli sullo sfondo di un quartiere periferico di Istambul che pare una zona di guerra, gioca costantemente con la percezione della realtà e con l'onirismo, risultando un thriller psicologico vagamente polanskiano. Secondo me Alper sarebbe molto contento di sapere della confusione ingenerata grazie a due protagonisti che, schiacciati da organi statali - la polizia che lo ha scarcerato in cambio di un lavoro di intelligence sotto copertura l'uno, il comune che lo utilizza come accalappiacani l'altro - , iniziano lentamente a perdere la percezione del confine tra la realtà e il sogno, l'immaginazione, la reificazione delle loro paure e ossessioni. Il segreto, però, è quello di non farsi troppe domande e abbandonarsi alla crescente, paranoide confusione del film, alla sua confezione curatissima, ai controluce che piacciono tanto al regista (e anche a me), a una storia paradossalmente distopica. Parte del fascino di Abluka, infatti, deriva anche dalla progressiva e coerente, eppure radicale, trasformazione che effettua, partendo come un tipico prodotto d'autore turco d'impronta pauperista e finendo appunto come un film di genere: autoriale quanto vogliamo, ma sempre genere. Notevole il lavoro fatto dal regista sul sonoro, raffinato tanto quanto quello sulla fotografia, tanto da scivolare qui e lì in odore di formalismo, ma mai scadendo nella maniera. Si astengano animalisti e cinofili: come spesso accade nei film turchi, i cani non fanno una bella fine.



A chiudere il terzetto di film in concorso oggi, l'attesissimo Anomalisa, ritorno alla regia di Charlie Kaufman che, a sette anni dal naufragio dell'ambiziosissimo Synecdoche, New York, riporta sul grande schermo tutte le sue ossessioni filosofiche ed esistenziali: con il supporto però di un cast formato da pupazzi animati a passo uno. Pupazzo protagonista, che nella versione originale del film ha la voce di David Thewlis, è Michael: un uomo di successo, un uomo a Cincinnati per una notte per tenere una conferenza motivazionale sul tema del servizio clienti; ma anche un uomo depresso, che cerca per noia o per rivalsa di contattate una ex abbandonata anni prima proprio in quella città, schiacciato dal peso dell'insensatezza della (sua) vita e alla ricerca di una verità nel rapporto con gli altri che non trova. Perché Michael, e Anomalisa lo svela lentamente, ma chiaramente, è uno che vede le persone attorno a lui l'una uguale all'altra, letteralmente con lo stesso volto e con la stessa voce (quello di Tom Noonan): perlomeno fino all'incontro con un'anomalia di nome – indovinate un po'? - Lisa.
Ecco, il problema più evidente di Anomalisa - che pure conta su un raffinato lavoro sull'animazione in chiave realistica, con tanto di scena di sesso e organi genitali in bella vista, e che in tutta la sua prima parte ha quasi l'aria di un racconto carveriano - sta in quella ovvia e sfacciata evidenza che lega il titolo ai personaggi. Le metafore di Kaufman e i suoi ragionamenti su un mondo di persone che siamo noi per primi, con la nostra meccanicità, a rendere omogeneo e massificato, sulla solitudine vittimista e narcisista, sul senso d'inadeguatezza e di sabbie mobili che arriva con la mezza età, sono letterali e un po' ovvie; e, anche se l'americano azzecca numerose situazioni e battute, e una maggiore misura nel giocare con l'assurdo, Anomalisa lascia assieme a qualche spunto interessante anche l'impressione di essere un'altra operazione vagamente onanista e autoreferenziale, e sostanzialmente (ma anche volutamente) inconcludente.

Chiudiamo il cerchio di questa nuova giornata di festival tornando all'Italia, e citando il Viva la sposa che segna la seconda esperienza cinematografica di Ascanio Celestini dopo l'esordio de La pecora nera, presentato dalle Giornate degli Autori.
Nuovamente, Celestini cerca di trasportare al cinema tutto ciò che caratterizza il suo teatro: storie collettive, intrecciate, personaggi marginali e emarginati, impegno sociale e politico, parossismo narrativo. E in questo caso i personaggi e i temi sono la periferia romana del Quadraro, alcolisti e truffatori, puttane e garagisti, disperazione romantica e sociale, la violenza della polizia. Solo che Celestini è un uomo di parola, un grande affabulatore, una straordinaria macchina per la narrazione orale, che però con l'immagine del cinema sembra avere più di qualche difficoltà: nonostante in questo caso le ambizioni (anche formali) sono ancora più alte di quanto non fosse ne La pecora nera. E allora, per dirla con la striscia di Stefano Disegni pubblicata sull'odierno daily veneziano, noi Celestini lo vorremmo vedere fare teatro sempre, sempre, senza smettere mai.

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