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Behemoth manda i critici in miniera: chiusura col botto al Festival di Venezia 2015

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Il documentario cinese di Liang Zhao è un grandissimo film


“Ma andassero a lavorare in miniera, 'sti critici!”.
Ammettetelo, almeno una volta nella vita l'avete pensata, questa frase qui. E se non era la miniera, era la fabbrica, o la terra da zappare, o qualche altro lavoro manuale che si ritiene più costruttivo e faticoso. L'avete pensata tutti, almeno una volta, e almeno una volta avrete avuto forse ragione, indipendentemente dall'oggetto dei vostri strali.
Ironia della sorte, in una delle ultime serate di una Mostra del cinema che si va spopolando, uno degli ultimi film che concorrono al Leone d'Oro è un film che i critici, e i giornalisti, in miniera ce li ha mandati davvero, per quanto solo attraverso le immagini sullo schermo.

Behemoth, diretto da Liang Zhao, è infatti un documentario che porta fuori e dentro le enormi miniere di carbone che stanno devastando estese fette di territorio cinese, che ne racconta i lavoratori, facendo di quei luoghi un inferno dantesco e accompagnando lo spettatore in un viaggio che terminerà nel paradiso inquietante di nuovissime e deserte città fantasma che sorgono in numerose località della Cina.
Behemoth è un film davvero bellissimo, emozionante e spaventoso, che sta una spanna sopra a tutti gli altri visti nel concorso veneziano; e Behemoth è un film che rappresenta, per i critici (che debbano andare in miniera o meno), una vera sfida.
Dopo la proiezione del film, sono stato a cena con un amico e collega: con lui abbiamo parlato a lungo, tra le altre cose, del mestiere che facciamo, del nostro ruolo, dei nostri compiti nei confronti di noi stessi e di chi ci legge. E, trasportando lo spirito di quella conversazione in queste righe, mi rendo conto che cercare di raccontare e spiegare l'importanza di Behemoth, rappresenta una sfida alla quale non posso sottrarmi. Perché il documentario di Liang Zhao (che probabilmente vincerà il Leone d'oro, o almeno così spero) è indubbiamenete uno di quei film comunemente definiti “da festival”, che possono magari risultare ostici o respingenti per lo spettatore comune: d'altronde, si tratta di un'ora e mezza di immagini di miniere, lavoro manuale e fabbriche, con pochissime parole pronunciate qui e là dal regista per esplicitare il parallelo con la Divina Commedia del suo racconto. Eppure, Behemoth è un film che (come anche a dimostrato il successo della proiezione di ieri sera) può e deve arrivare a tutti, non solo a coloro i quali hanno una passione specifica per questo genere di cinema.

Immagini, dicevamo. Le immagini di Behemoth sono così evocative, così potenti e così impressionanti, nella scala di ciò che rappresentano, da risultare ipnotiche e coinvolgenti: anche e sopratutto perché così pure, quasi mai corrotte dalla parola e al limite accompagnate da una musica che sembra mimetizzarsi con i suoni aspri dell'ambiente. Miniere, cunicoli, file di camion, fonderie e fabbriche diventano così davvero un inferno in Terra, capace di una fascinazione profonda e inquietante. Il racconto dell'umanità che popola quelle immagini fatto da Liang Zhao, poi, è così carico di rispetto e distanza da risultare quasi commovente, rendendo evidente lo status di anime condannate che il regista vuole constatare e trasmettere a chi guarda. E il punto di arrivo, di Behemoth, che non è banalmente la megalopoli viva e brulicante, ma appunto un paradiso artificiale e disabitato, al quale nessuno forse avrà mai accesso realmente, è quello perfetto di un percorso che tende all'astrazione intellettuale e artisica ma che è capace di una concretezza quasi giornalistica.
Nel suo raccontare realtà invisibili, e come detto sconvolgenti per dimensioni reali e intensità simbolica, Behemoth fornisce infatti anche coordinate fondamentali per capire anche quella Cina che, nelle sue inquadrature, sembra essere assente e non fotografata. Serve a capire, anche, l'intero sistema economico cinese, le recenti crisi delle sue borse e il calo repentino del tasso di crescita di un paese che sembrava inarrestabile. E anche per questo, Behemoth può e deve essere un film per tutti, a patto di avere occhi e mente bene aperti e pronti ad abbandonarsi a un racconto evocativo e a un viaggio incredibile e affascinante.
Un viaggio forse soprattutto emozionante: e se il cinema è (deve essere) emozione, rapimento, ecco che Behemoth diventa grande cinema capace di conquistare chiunque.



Più fatica, purtroppo, fa da questo punto di vista Per amor vostro di Giuseppe Gaudino, il film interpretato da Valeria Golino che segna il ritorno del regista al cinema di finzione a diciotto anni dalla sua ultima esperienza. Qui la storia è quella di Anna, una donna che affronta la vita con timida passività, costretta fin da bambina al sacrificio per amore e per gli altri: da quando fu spedita in riformatorio al posto del fratello che rischiava una condanna ben più seria. Adulta, Anna continua a cercare di essere quello che gli altri vogliono che sia (una madre, un moglie, un'amica, un'amante), e a chiudere gli occhi sui suoi desideri e su una realtà scomoda da accettare ma comoda da ignorare, come quella del delinquere del marito, usuraio violento. E per far aprire gli occhi a chi non vuole aprirli, si sa, ci vuole spesso qualcosa che scuota e spaventi, nel profondo.
Tutto questo Gaudino lo racconta con una ricchezza un po' barocca di riferimenti colti che passano dalla psicanalisi all'antropologia del folklore napoletano, e con una forma che guarda al cinema sperimentalmente innovativo di stampo godardiano: non propriamente nuovissimo, quindi.
Osa, Gaudino, gira in bianco e nero per ritrarre la stagnazione di Anna, inserisce sequenze onirico simboliche che uniscono le tradizioni partenopee alla pittura fiamminga, alterna toni da sceneggiata ad altri più algidi e simbolici. Gli sforzi sono apprezzabili, nel panorama di un cinema italiano non sempre coraggioso, ma purtroppo i risultati meno: Per amor vostro è molto meno innovativo e “nuovo” di quel che voglia dare a vedere, è troppo innamorato delle sue idee estetiche e narrative, è estetizzante e sdolcinato laddove vorrebbe essere elegante ed evocativo.
Brava, comunque, Valeria Golino a dare alla parte tutta quella disperazione quieta e quell'ingenuità sofferta di cui ha bisogno: e la tradizione, che vuole la Coppa Volpi appannaggio di interpreti di casa nostra, potrebbe facilitarle la vita.



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