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Beetlejuice compie 30 anni ed è ancora un buon partito!

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Facciamo gli auguri al gioiello di Tim Burton, non solo un cult degli anni Ottanta.

Beetlejuice compie 30 anni ed è ancora un buon partito!

Alla fine del marzo 1988 arriva nelle sale americane Beetlejuice - Spiritello Porcello, secondo lungometraggio di un giovane regista scapigliato, ex-disegnatore della Disney: Tim Burton. Non che il suo primo lungometraggio sia molto noto al di qua dell'oceano: Pee-Wee's Big Adventure di tre anni prima è stato una bizzarria di discreti incassi sul mercato americano, che ha permesso all'autore di incontrare il suo più grande sodale artistico, il compositore Danny Elfman. Il responso del pubblico è stato sufficiente a mettergli in mano il progetto di Batman, ma siccome le tempistiche di quest'ultimo si allungano, Burton inciampa prima in un copione di Michael McDowell... Acquista su Amazon Beetlejuice in Blu-ray

"Io inghiotto, vomito, sputo e rutto! Faccio porcate, chiedetemi tutto! Ma soprattutto ricordate: sono qui per voi!", sentenzia da un televisore posseduto il demone bio-esorcista Beetlejuice (Michael Keaton): vuole vendere i suoi servigi, cioè spaventare i vivi, ai recentemente defunti coniugi Barbara e Adam Maitland (Geena Davis e Alec Baldwin). I due sposini ora fantasmi sono terrorizzati da una nevrotica famiglia di pseudointelletuali newyorkesi, che si è installata nella loro casa di campagna.
Ci sarebbe di che vergognarsi nel celebrare un film con un personaggio che canticchia roco lo slogan di cui sopra. Eppure Beetlejuice incute rispetto perché è una delle rare riuscite rappresentazioni del grottesco nel cinema mainstream. E' un elemento fondamentale per capire che tipo di opera ci si trova di fronte: non è un film totalmente comico, perché esplosioni visionarie e deformità varie appartengono al gotico vero e proprio. Allo stesso tempo non è nemmeno un horror che pesca nei traumi dell'inconscio: ha la forza catartica della risata nervosa quando si attraversa una Casa degli Spiriti al Luna Park. E' lo spirito più vero di Halloween: celebrare l'anima oscura con allegria. Beetlejuice non è una parodia, non è un horror, ma disturba sul serio, un po' come il suo bio-esorcista.



Il copione originale nasce più cupo di quello diventato poi il Beetlejuice che conosciamo. E' una sceneggiatura rifiutata dalla Universal e finita alla Geffen Company nelle mani di David Geffen, che contatta poi Burton. Il coinvolgimento di Tim lo trasforma rapidamente in qualcosa che gli è più vicino, con l'aiuto dello sceneggiatore Warren Skaaren, che ha appena firmato Beverly Hills Cop II: il demone Beetlejuice non stupra e uccide come nelle prime stesure, diventa un ridicolo pervertito sciovinista.
Al di là tuttavia delle modifiche ai personaggi, Beetlejuice in sostanza e forma diventa un progetto già compiutamente burtoniano, anni prima che Edward Mani di Forbice e Nightmare Before Christmas cementizzino la definizione.



La malinconia della non integrata adolescente Lydia (Winona Ryder), la ragazza di città in grado di vedere i fantasmi, è quella dello stesso Burton e di tutti suoi personaggi freak esclusi, poco prima che prendano le fattezze di Johnny Depp. "Mi sento strana e oscura" confesserà Lydia a Barbara e Adam, sognando di morire, per un attimo quasi sacrificandosi al disgustoso Beetlejuice. Come se, volendo rimanere ancorati all'infanzia, si sognasse di vivere non semplicemente nelle fiabe, ma direttamente nella pancia del lupo cattivo.



C'è però in Beetlejuice già anche il Burton di Ed Wood e Big Eyes, quello che si pone domande sulla natura dell'arte e del talento: la ridicola "cittadina" Delia (Catherine O'Hara) crea sculture orrende d'arte moderna, è convinta di essere un genio ma è una nevrotica che va a letto "col principe Valium". Nè la sua pseudoarte nè l'affarismo immobiliare senza scrupoli di suo marito Charles (Jeffrey Jones) possono essere permeabili all'aldilà. In questa sordità al fantastico, figlia evidente del "Fantasma di Canterville" di Oscar Wilde, Burton si ritrova perfettamente. E' dalla parte dei fantasmi non per necessità di sceneggiatura, ma per principio di vita.

Sostanza, si diceva, ma anche forma. La cinefilia di Tim emerge chiara, funzionale al budget ristretto di 15 milioni di dollari (ne incasserà oltre 70): il look è da b-movie e gli effetti visivi sono tutti realizzati con miniature e animazioni in stop-motion. Proprio la stessa stop-motion che aveva segnato il suo debutto alla regia alla Disney col corto Vincent nel 1982 e che sboccerà con Nightmare Before Christmas. Più che nascondere la natura cinematografica di Beetlejuice, Burton la vuole sottolineare con la dolce autoironia che emana di persona: è questa falsità ostentata che rende al contrario la verità poetica del film così solida. La cinefilia trova uno sbocco con una scelta di casting simbolica: la star degli anni Trenta e Quaranta Sylvia Sidney interpreta Juno, l'"assistente tombale", con quel gusto per i visi iconici di un tempo che ha sempre spinto Burton verso Vincent Price.



Sopra ogni cosa, c'è il Tim Burton che sa creare una complicità con un attore-mattatore. Tim deve faticare per spiegare il tono e il senso della sceneggiatura agli attori, che fino all'ultimo non sono propensi ad abbracciare lo strambo progetto. A maggior ragione proprio Keaton sulle prime non vuole accettare il personaggio più estremo di tutti, Beetlejuice, perché non riesce a inquadrarlo: "Però volli incontrare di nuovo Tim, mi piaceva quel tipo." Grazie ai bozzetti stessi di Burton e a un make-up virtuosistico premiato con l'unico Oscar dato al film, Keaton non si è di certo pentito di aver canalizzato la sua luciferina adrenalina nella vulcanicità dello "spiritello porcello." Nel nome c'è già tutto: un gioco di parole sulla stella Betelgeuse, letteralmente "succo di scarafaggio" ("Beetle Juice").

Se questo nostro pezzo non è ancora riuscito a convincervi a vedere o rivedere un film che non somiglia a nessun altro, considerate solo la maturità almeno dei titoli di testa. La "Banana Boat Song (Day O)" di Harry Belafonte viene reinterpretata in canto gregoriano e si stempera nel tema-cavalcata di Danny Elfman, un gioiello impossibile da dimenticare, mentre scorrono le immagini di una provincia boscosa americana. Durante i titoli, alle vere strade e alle vere case si è sostituito il plastico di Adam: lo realizzate proprio quando un ragno appare sul tetto del modellino di una casa. Gioco, energia, sorpresa, gotico, grottesco: a un vero autore bastano già poco più di due minuti.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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