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Bancs publics, la recensione del film di Bruno Podalydès

Presentato con un’autoironia insospettabile in un regista transalpino, è stato proiettato nella sezione Extra Bancs Publics, divertente ed insolita commedia scritta, diretta e perfino interpretata da Bruno Podalydès che ha molti più punti in comune con il Louise Michel dello scorso anno che con la normale tradizione del cinema francese.

Bancs publics, la recensione del film di Bruno Podalydès

Bancs publics, la recensione del film di Bruno Podalydès

A Versailles, tre impiegate, dalla finestra del loro ufficio, vedono appeso alla finestra del palazzo di fronte uno striscione nero con una scritta bianca che recita: “Uomo solo”. Le tre iniziano a domandarsi cosa si nasconda dietro al gesto e chi lo possa aver compiuto, e presto la questione diverrà centrare nell’interesse di tutti i loro colleghi. Giunta l’ora della pausa pranzo, l’azione si sposta in un giardino pubblico, dove trascorrono il tempo bambini e pensionati, perditempo e barboni, lavoratori che si godono un break e maniaci del footing. Dopo pranzo, invece di rientrare in ufficio, il film ci conduce all’interno di un grande e bizzarro negozio di bricolage, dove clienti e dipendenti sono a dir poco peculiari. E al termine di questi tre momenti della giornata, concatenati dalla presenza di alcuni personaggi, si svelerà anche il mistero dello striscione.

Interpretato da un cast che comprende una quantità impressionante di nomi noti del cinema francese, disposti anche ad apparizioni che sono poco più di un cammeo come nel caso di Mathieu Amalric, Chiara Mastroianni e maman Catherine Deneuve, Bancs Publics è una commedia insolita e spiazzante per gli standard cui ci ha abituato il cinema transalpino che bazzica per i grandi festival internazionali. Forse sulla scia del successo ottenuto lo scorso anno da Louise Michel, la sezione Extra ha infatti puntato su un film dove a farla da padrone non sono le solite ambientazioni borghesi o radical chic né i dialoghi colti e snobisticamente sarcastici ma un umorismo mai di grana grossa ma sempre improntato ad una surrealità stralunata, che riesce però a catturare lo spirito di un certo modo di vivere e intendere la vita dei nostri cugini d’oltralpe ma non solo.

I tre atti nei quali il regista Bruno Podalydès divide il suo film raccontano eventi diversi e utilizzano differenti approcci narrativi ed umoristici, ma riescono ugualmente a mantenere una coerenza interna che va oltre il singolo personaggio che fa da tramite o il fil rouge, solo in apparenza messo da parte, dello striscione. Se nella sezione ambientata nell’ufficio momenti di comicità tradizionale vengono contaminati da elementi più obliqui e da una vena sottile di malinconico romanticismo, in quella ambientata nel parco, frammentata nella presentazione vorticosa ma mai frettolosa di una miriade di piccoli personaggi, il ritmo della commedia si addolcisce un po’ per spianare la strada ad un (pen)ultimo momento, quello della ferramenta, dove esplodono dirompenti ed esilaranti quelle surrealtà e quelle intelligenti demenzialità che erano state tenute a bada fino a quel momento. Sdrammatizzando fin da prima del suo arrivo un finale dove il romanticismo potenzialmente stucchevole della situazione viene comunque stemperato da uno sguardo ironico ed affettuoso.

Affettuoso come tutto il film di Podalydès è nei confronti di tutti i suoi tanti personaggi, che attraverso i loro gesti paiono messi lì a simboleggiare e a richiamare in ognuno di noi un sentire comunitario, uno stile di vita riservato, pudico ma collettivo, che si va sempre più perdendo. Quello stile di vita dove sedere su di una panchina al parco, o l’entrare in un negozio, o lavorare in un ufficio, sono momenti sì privati ma sempre aperti ad uno scambio con l’altro che non è invasione di campo ma messa in comune di una parte di sé e di esistenza che si traduce in un necessario, magari momentaneo, arricchimento.
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