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Baghead - la recensione

Un festival che si rispetti non può di certo farsi mancare almeno un titolo proveniente dagli ambienti indie degli States. Ed ecco che a Roma, nella sezione L’altro cinema/ Extra, spunta un piccolo film intitolato Baghead.

Baghead - la recensione

Baghead - la recensione

Quattro amici, tutti attori che da tempo non vanno oltre ruoli da comparse, decidono di rimediare alla loro situazione professionale scrivendosi da soli un film che li veda protagonisti. Partono quindi alla volta di un isolato cottage nei boschi per un weekend a base di brainstorming e scrittura.
Le cose non vanno esattamente come sperato, anche per le tensioni sentimental-sessuali tra i due ragazzi e le due ragazze, e la prima notte si risolve in un nulla di fatto. Quando però al mattino una di loro racconta di un incubo che ha avuto, ecco l’idea: scrivere un thriller su quattro amici chiusi in una casa isolata e perseguitati da un killer misterioso con il volto coperto da una busta di carta; da qui il titolo Baghead. Il problema però è che presto ci si accorgerà che quello della ragazza non è stato un incubo. O forse qualcuno vuole far credere agli altri che non sia così?

Quello scritto e diretto dai fratelli Jay e Mark Duplass (esordienti nel lungometraggio) è un film assai curioso, che flirta costantemente con tutti gli stereotipi di certo cinema indie americano (anche quando sembra stigmatizzarli), ma che risulta una gradevole sorpresa nel suo mescolare ed alternare senza apparente soluzione di continuità e con grande leggerezza toni da commedia, da thriller, da commedia romantica e persino risapute ma non pedanti riflessioni metacinematografiche.
I Duplass però non si prendono troppo sul serio, e se riescono ad essere efficaci nel loro adattarsi ai vari generi che toccano, evitano di fare gli intellettuali, concentrandosi soprattutto sulla credibilità delle relazioni tra i personaggi, evidentemente quel che sta veramente loro a cuore. Anche in questo caso si gioca con figure e situazioni ben sedimentate se non stereotipate - la coppia di amici dove uno è il bello e l’altro il simpatico (Matt e Chad), la ragazza che vede il simpatico come amico e vorrebbe portarsi a letto il bello (Michelle), l’ex de bello gelosa (Catherine) e via dicendo… - ma, grazie anche alla simpatia dei protagonisti, tutto funziona senza che la (voluta) non originalità neutralizzi l’efficacia del film.
E, superati i minuti iniziali, anche lo stile delle riprese - “documentaristico” con camera a mano, aggiustamenti di zoom e fuoco e via dicendo – nel complesso non disturba, anche per via del fatto di essere concettualmente giustificato.

Baghead non è di certo quanto di meglio offra il cinema indipendente americano, ma nemmeno ne rappresenta le derive più ruffiane e intellettualistiche. È un film leggero, piacevole e simpatico anche quando cita con ironia i classici dell’horror come Non aprite quella porta; un film ben interpretato (menzione speciale per Greta Gerwig, sorta di Chloe Sevigny meno dannata e trasgressiva) e del quale rimane impressa come una delle più belle battute del festival, destinata agli appassionati di basket, quando un esasperato Chad, che si strazia per Michelle, dice all’amico Matt: “facile per te, tu sei come Michael Jordan, e io invece sono Bill Laimbeer.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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