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Baaria, recensione del film di Tornatore che apre il Festival di Venezia 2009

Il film italiano più costoso della storia apre la 66esima edizione del Festival di Venezia. Giuseppe Tornatore utilizza i 28 milioni di euro di budget messi a sua disposizione per girare una sorta di compendio della sua idea di cinema tradendo evidenti ambizioni per la conquista di un pubblico più ampio di quello nostrano.


Baaria, recensione del film di Giuseppe Tornatore in concorso a Venezia 2009

Non è solo per l’altissimo budget di cui ha potuto disporre, o per il fin troppo elevato minutaggio, che di Baarìa potrebbe dirsi di tutto tranne che non sia un film caratterizzato da grande e cosciente magniloquenza.

Attraverso le vicende di tre generazioni di una famiglia di Bagheria, che occupano un arco temporale che va dalla fine degli anni Trenta all’inizio degli Ottanta, Giuseppe Tornatore racconta la storia e la cultura della sua terra, ma anche quella di tutto il paese. Storia civile e politica, considerati i tanti riferimenti alla mafia e il fatto che il personaggio principale del film, Peppino, viene raccontato anche e forse soprattutto attraverso la sua passione politica e la militanza costante e appassionata nel Partito Comunista. Ma l’ambizione di fotografare un luogo e dei personaggi cercando di renderli locali ed universali al tempo stesso, di raccontare (anche) i sogni, le difficoltà e le disillusioni di una generazione, di un ideale e di un partito, non è l’unica che il regista siciliano mette in campo nel suo film.

Tornatore è evidentemente cosciente della sua idea di cinema, e del fatto di essere uno dei cineasti italiani più facilmente esportabili all’estero: e dall’unione di questi due fattori nasce un film che, definito dal regista come “il suo più personale”, risulta essere una sorta di compendio fin troppo esaustivo e sfacciato delle caratteristiche tematiche, estetiche ed identitarie dell’opera del suo autore. Messe in scena con uno stile barocco e sovraccarico, nell’uso delle immagini così come in quello delle musiche, e dei personaggi, e delle loro interazioni.

Alle ispirazioni figlie di certa tradizione realista si vanno ad aggiungere una grandeur formale di chiara derivazione hollywoodiana - dall’(ab)uso di dolly e carrelli alla fotografia fin troppo calda di Enrico Lucidi -, un andamento frammentato che alterna il melodramma, la tragedia, la commedia e le situazioni macchiettistiche senza troppa soluzione di continuità, richiami “aulici” e sognanti che non avrebbero sfigurato in un film di Lasse Hallstrom o di Bille August, momenti cartolineschi da spot televisivi. Finendo – ma anche iniziando – con evidenti richiami al realismo magico di matrice sudamericana. Perché la saga dei Torrenuova, per Tornatore, non vuole essere solo il simbolo di un mutamento, di un’evoluzione, ma viene utilizzata nei suoi momenti onirico-fantastici come prova di una ciclicità a doppio senso, di un costante ritornare che tende contemporaneamente al passato e al futuro.

Ma in tutta la sua densità e la sua frastornante sovrabbondanza, Baarìa è un film cui mancano davvero cuore e calore. Perché le energie, le passioni e le idee vengono estinte dall’insistita ossessione per la “bella immagine”, da tonalità ora drammatiche ora inspiegabilmente da cabaret televisivo (si vedano a tal proposito gli enigmatici cammei ricorrenti di Beppe Fiorello e Luigi Lo Cascio) ma comunque marchiate da una sensibile artificiosità figlia dell’ansia di mostrare, dal tentativo di affrescare il più possibile senza mai andare in profondità.
Magari Tornatore la sua idea di quel che doveva essere Baarìa, di quel che è il (suo) cinema, ce l’ha e ce l’ha pure chiara, tanto che rimane quasi costantemente uguale a sé stessa. Ma non è scritto da nessuna parte che questa debba essere condivisa o condivisibile. Checché ne penseranno gli americani.

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