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Avere pregiudizi è bello. Ricredersi è anche meglio.

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Dove Bruno Dumont sorprende con una miniserie intelligente e esilarante. E Godard incombe.

Avere pregiudizi è bello. Ricredersi è anche meglio.

Avere pregiudizi è bello.
Ricredersi è anche meglio.
Ti alzi la mattina tutto contento, perché hai deciso fin dall'inizio che tu a vedere il film di Hazanavicius non ci andrai, e allora hai quell'oretta in più di sonno che in contesto festivaliero è vita.
Ti fai la doccia con calma, facendoti i capelli e sistemando la barba, non guardi nemmeno l'orologio. Poi, una volta vestito, decidi di avviarti nuovamente verso la Quinzaine, ché la sera ti è andata bene, e anche se c'è Bruno Dumont c'è perché presenta una miniserie tv con bambini, di cui si parla bene.
E poi ci vanno degli amici, e quindi. Tanto, puoi uscire quando ti pare.

Poi, dopo che Dumont sale sul palco per presentare il suo film (e non risponde affatto all'immagine di regista sprezzante e spocchioso che un film come 29 Palms ti aveva impresso in testa, ma anzi è un tipo tranquillissimo e quasi dimesso), si spengono le luci, tu ti sistemi sulla poltrona (scomoda) del cinema e lasci che le luci si spengano, rilassato perché in fondo sei lì quasi per caso.

E poi però succede che P'tit Quinquin, miniserie in quattro puntate per la tv francese prodotta da Arté, ti spiazzi e ti catturi. Perché dapprima sembra una storia d'amore e amicizia tra bambini di uno sperduto villaggio sul mare della Normandia del Nord, e poi si trasforma anche in un giallo (a tinte anche forti) nel quale Georges Simenon incontra Twin Peaks che incontra i Monty Python che incontrano La pantera rosa.

Sì, perché P'tit Quinquin è non solo forse la più bella, ma di sicuro la più divertente cosa vista a Cannes, infarcita di situazioni e personaggi assurdi e paradossali, con scene esilaranti durante le quali nemmeno gli attori riescono a rimanere seri. E poi è anche molto di più, con le sue riflessioni mai pedanti sulla natura umana e la sua deformità, la sua idiozia, la sua totale mancanza di logica.
Il tutto, ambientato in un luogo dove mi ritirerei a vivere già da adesso.

Ma ritirarsi è del tutto fuori questione, qui a Cannes.
Perché dopo le 3 ore e passa di Dumont, esci tutto contento ma hai solo il tempo di un boccone al volo prima di scrivere qualche riga e poi metterti in coda per vedere Adieu au langage, il nuovo film di Godard.
Un Godard che oramai smuove le folle più di Tarantino, che per l'unica proiezione ufficiale e per la stampa del suo film contagia di anarchia l'ordinamento della Croisette e della Salle Lumière.
È stato il suo film, il vero evento di Cannes 2014. Per quello che ha scatenato e per quello che è.
Ma questa è un'altra storia. È Godard.
È l'histoire du cinéma, le cinéma de l'histoire.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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