Avengers Endgame: il film evento che rinsalda il legame con la sala cinematografica

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Avengers Endgame: il film evento che rinsalda il legame con la sala cinematografica

L’aria ristagna da un paio di giorni a Roma. Il sole è sparito, ma almeno non piove come fa in altre parti d’Italia. Niente vento, però, e l’inquinamento lo senti in gola. Sono le 19 di mercoledì 24 aprile, giorno d’uscita nazionale di Avengers: Endgame. La città è svuotata, anche se su lungotevere il traffico non manca; colpa di un taxi e un NCC che si stanno insultando occupando metà carreggiata. Si saranno sì e no sfiorati, il loro è un odio esistenziale che si sfoga in una città isterica in cui tutti sono in continua ricerca di qualcuno con cui prendersela.
I biglietti li ho comprati ieri pomeriggio sul sito dell’Adriano, storico cinema di Piazza Cavour. O meglio, ho provato a prenderli per cinque volte, fino a riuscirci proprio quando avevo perso le speranze. Tre biglietti in sala 5, alle 19.30. Vanno stampati, Greta da qualche parta ringrazia sarcastica, io mi limito a ringraziare un’amica con la stampante in ufficio.

Fuori dal cinema c’è un sacco di gente, anche se tutti restano per poco, giusto il tempo di entrare velocemente nell’ampio foyer o uscirne, altrettanto di buon passo e con il viso più segnato e, in qualche caso, con gli occhi arrossati. In alto ci sono i semafori che gestiscono il traffico in entrata, dalla sala 1 alla sala 10, quella che tutti temono perché più piccola del tinello di nonna e con lo schermo che supera di poco il plasma che avete sbolognato ai vostri genitori già da qualche anno.
In attesa del verde incontrate i vostri amici, e qualche ricordo dell’Adriano vi torna in mente. Non c’è bisogno che siate così anziani da ricordare quando era un teatro e vennero i Beatles ad esibirsi, negli anni ’60. Che poi vi siete sempre domandati se fosse vera, questa cosa, o una leggenda popolare. In ogni caso qualche ricordo riaffiora, dai più recenti e quindi superficiali a quelli più in là con gli anni, quindi radicati. Se avete 40 anni potreste ricordare quando il cinema era un monosala, con i palchi tutto attorno, e un’eco vagamente inquietante che si diffondeva quando andavate a vedere i film il pomeriggio, per risparmiare, ed era mezzo vuoto. Per non parlare del fatto che c’era una seconda sala, ingresso su Via Cicerone, che si chiamava Ariston, era piccola per l’epoca - direi fine anni ’80 - e facevano film un pizzico più ricercati. Una città non può non avere un cinema di nome Ariston, chissà che non sia iniziata proprio così l’inizio della fine, per Roma.

Avengers: Endgame è un film rito di passaggio, uno di quegli eventi che attirano pubblico sempre meno abituato alla visione extra domestica, il cui ricordo tende a fissarsi nella memoria, insieme alle persone con cui eri, un po’ come lo sbarco sulla Luna per i nostri genitori e l’11 settembre o il G7 di Genova per noi. Non crediamo di offendere nessuno se diciamo che la visione in sala è tutta un’altra cosa, dall’arrivo di un treno in una stazione francese di 120 anni fa ad oggi. Un legame speciale c’è, non solo fra noi e i film che hanno segnato la nostra formazione, o solo trovato uno spazio libero in memoria per aggrapparsi senza staccarsi più; il legame c’è anche con le persone con cuil’abbiamo visto: quelle anonime e quelle a noi care, con cui l’abbiamo visto mano nella mano, o solo timidamente scambiandoci qualche occhiata ogni tanto, magari incazzati neri dopo un litigio per futili motivi, chiariti dopo la fine, insieme a una chiacchiera sul film, mangiando una pizza e una birra. Lo spettatore è un animale sociale, insomma, e un evento come la conclusione del Marvel Cinematic Universe dopo 22 film e 11 anni tende a farcelo ricordare.

Il semaforo scatta sul verde, tutti gli altri sono rossi. Endgame lo proiettano in cinque sale, c’è uno spettacolo ogni frecciarossa da Roma a Milano, e gli spettacoli serali sono tutti esauriti. La sala 5 è in cima, un paio di giri di scala mobile ed eccoci seduti. “Non sono male i posti, dai, pensavo peggio”, mi rassicura l’amico alla mia destra. “Vado in bagno, non finitemi la Coca Zero”, tuona con la faccia incollata al cellulare l’amica di sinistra. Perché il nostro rapporto con le sale passa anche da piccoli, ma importanti particolari, come sapere che in sala 5 prende il telefonino, anche se le tende non le chiudono mai per bene e la luce filtra. Sarà il fatto che è in alto. Sì, sarà per questo, perché nelle sale 1 e 2, al pian terreno, non prenderebbe nemmeno un Nokia 3310 dei tempi antichi.

La sala si riempie, soprattutto di adolescenti e genitori che accompagnano ragazzi che avrebbero tanto voluto venire da soli. “Ma l’anno prossimo faccio come voglio, e quest’estate si scordano che vado al mare in Puglia con loro”, pensano aprendo una busta da svariate libbre di rancido pop corn. Speriamo non accada, penso allora, che nessuno si sieda nell’intorno del mio posto (come quando facevamo l’interrail negli espressioni chiudendo le tende belle serrate) e si metta a sbocconcellare ruminando. Lo sapevo, dovevo andare dopo qualche giorno, o in proiezione stampa, o la mattina, come ogni sano cinefilo asociale che si rispetti.
La pubblicità inizia, la sala è ormai piena. Niente trailer, avranno compresso tutto per ricavare uno spettacolo al giorno in più, visto che il film dura 3 ore. Luci spente, ecco che arrivano i ritardatari d’ordinanza, che pretendono di avere comunque il posto scritto sul biglietto, facendosi luce con le torce del ultimi iPhone che fanno più luce dell’astronave di Incontri ravvicinati. Brusio ambientale, in rapido crescendo, che presto diventa un chiacchiericcio intelligibile, quando poi uno dei due gruppi cede, rumorosamente, e cambia posto.

Come avrete capito, non solo niente spoiler, ma questo delirio è più che altro il racconto dal punto di vista dello schermo di una sala cinematografica, che guarda perplessa il pubblico che gli è toccato stasera. A questo punto ecco che proprio dietro la mia testa accasciata al sedile, senza alcuna timidezza o accortezza dovuta alla socialità di cui sopra, una busta si apre rumorosamente. Anzi, devono essere almeno due, fate pure tre. Un rumore di plastica sbattuta dal vento che neanche in campeggio sulla Roma L’Aquila, corsia est. Il film nel frattempo è iniziato da svariati minuti e la parte zen di ogni spettatore è sollecitata come Zidane prima della testata a Materazzi. Fortuna che c’è il film, i rumori si fanno sempre più isolati e il pubblico via via si spegne, in uno di quei processi miracolosi dell’esistenza paragonabile solo all’improvviso, immotivato chetarsi delle urla isteriche di un bambino cullato con sempre più disperazione da un genitore smarrito nel cuore della notte. Non c’è ragione, entriamo nell’ambito della magia bianca chiamata cinema. Tutti zitti, rapiti da qualche formula antica ormai di almeno centovent’anni e che distingue un film della settimana da uno destinato a durare. 

La curiosità è che Endgame ci insegna proprio il valore del tempo, o meglio di come il tempo sia una sequela di ricordi il cui valore è tanto prezioso quanto questi ricordi sono condivisi con chi amiamo. Magari con qualcuno che non c’è più, di cui ricordiamo una risata spontanea davanti a un film visto per l’ennesima volta, o lo stupore infantile di venire catturati da un film che non ci aspettavamo così bello. Certo, i ricordi negli anni tendono a svanire, almeno quelli meno incisi, o possono passare da felici e tristi col tempo, come ci ricorda Inside Out. Un motivo in più per allenarla, questa memoria cinematografica, per accumulare i film e con essi i ricordi, le sale in cui li abbiamo visti e piccoli particolari sulle persone con cui eravamo, che forse ci resteranno impressi più a lungo che a brevissimo periodo.

Sbam, le luci si accendono appena appare il primo titolo di coda, “Un film dei fratelli Russo”. Ogni volta è un risveglio brutale, come quando bisognava sbrigarsi per non saltare matematica alla prima ora. A quel punto, ecco un altro rito per iniziatici da cinecomic, mentre la maggior parte della gente si affretta a recuperare giacche, rigorosamente non le cartacce, ombrelli e ghiandole lacrimali: l’attesa della/e scena/e in mezzo o alla fine dei titoli di coda. Lo sguardo complice e la pena mista a disprezzo per chi esce e non sa, o non vuole sapere. Sono momenti cruciali, apparizioni fondamentali per capire qualcosa sui successivi accadimenti dell’universo Marvel. Saltarli sarebbe un errore capitale.

Rimaniamo quindi al posto, facendo al massimo un po’ di stretching.

“Luca, dai vieni che la scena dopo i titoli non c’è”, urla a un certo punto una madre esasperata al figlio che tutti vorremmo avere. Come no? Il panico si diffonde, “Babbo Natale non esiste?!". All’inizio facciamo finta di niente, non ci crediamo nonostante i primi dubbi. La certezza arriva dopo i 1297 minuti di credit: niente scena dopo i titoli di coda. È proprio finita un’era. Un’era che, come ogni saga che si rispetti, ha insegnato a una nuova generazione il senso del tempo, anche della morte, accompagnandolo nella perdita dell’illibatezza cinematografica e dell’innocenza tout court.

È la sala 5, l’uscita migliore è sul lato destro. Un paio di rampe in giù ed eccoci sbucare su Via Cicerone. È buio, fa ancora caldo umido, il ponentino ha fatto ponte anche lui. Passano due 492, uno dopo l’altro. Sarà saltata una corsa. Sulla pista ciclabile passano un paio di scooter. Dove andare a cena, sono già le 22.30 passate? Un cane beve dal nasone.

“Ma Batman perché non lo mettono mai negli Avengers?”, azzarda una tipa. 

Le oltre 1000 sale in cui è proiettato Avengers: Endgame.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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