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Atom Egoyan fa discutere il Festival di Venezia, mentre Valeria Marini passeggia e Franco Maresco torna al Lido

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Ci si avvia verso la conclusione della Mostra.


Sarà la stanchezza. Sarà il vento sempre più fresco che spira forte, alla sera. Sarà Toronto che ha portato via un po' di gente o sarà che, oramai, manca davvero poco.
Ma rimane il fatto che per i luoghi della Mostra già di respira aria di chiusura, di saluti, di un sipario che calerà in attesa di sollevarsi nuovamente fra dodici mesi.
Venezia non cede però certo senza resistere, a questa china mollemente dismissiva, e ieri sera alle serrande tristemente chiuse del Palazzo del Cinema rispondevano i volumi assordanti di una dance commerciale che straripavano dalle mura di separazione tra la terrazza dell'Hotel Excelsior e il lungomare, mentre giovani e meno giovani, tirati a lucidissimo, tentavano di fare il loro ingresso al party certamente esclusivo che si stava tenendo.
L'immagine che può essere considerata una sintesi di questa strana e contraddittoria atmosfera è quella che mi si è improvvisamente parata di fronte ieri sera: una Valeriona Marini fasciata da un abito di paillettes dorate scollatissimo sulla schiena, che passeggia ondeggiando pericolosamente sui tacchi vertiginosi per quella breve striscia d'asfalto che separa il Palazzo del Cinema dall'Excelsior (la stessa che pochi giorni fa, giustamente, Corrado Guzzanti si è rifiutato di percorrere in auto per arrivare al red carpet di A Bigger Splash), mentre parla al cellulare, il vento le scompone i capelli e i pochi passanti la guardano più con curiosità che con ammirazione.
A naso, a giudicare dall'orario, la Marini veniva dalla cerimonia di consegna a Brian De Palma del Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker Award: evidentemente non le interessava la successiva proiezione ufficiale del film-intervista al regista di cui vi ho detto ieri.
Fosse ancora al Lido, Valeriona, oggi potrebbe andare a vedere i due film in concorso della giornata, che sono l'opera prima di Lorenzo Vigas From Afar e Remember, nuovo lavoro di Atom Egoyan.



Che il film di Vigas nasca da un soggetto di Guillermo Arriaga, e che il messicano ne sia anche produttore, non deve trarre in inganno: la storia di From Afar è infatti linearissima, e improntata al minimalismo sia per quanto riguarda il racconto che l'aspetto formale. Siamo a Caracas, dove Alfredo Castro (attore feticcio di Pablo Larrain, uno dei maggiori interpreti contemporanei, anche qui impeccabile e magnetico) veste i panni di un omosessuale di mezza età che rimorchia adolescenti di strada, e che così facendo individua il ragazzo che può forse aiutarlo a vendicarsi del padre, per motivi che annegano nella sua infanza. La cosa particolare, di From Afar, è che il personaggio di Castro riesce a gestire e guidare il rapporto con il giovane, che nel corso del loro primo incontro lo aveva picchiato e derubato in maniera apparentemente passiva: una passività che lentamente ma inesorabilmente legherà a lui Eleder, e che lo farà agire volontariamente e senza inviti nelle direzioni volute dall'uomo. Questo guidare gli eventi senza dare l'impressione di farlo, senza parlare, è senza dubbio l'aspetto più interessante di questa buona opera prima, che ha la piacevole impressione di procedere per un'inerzia inarrestabile, di catturare con un lento e progressivo avvolgere di spire. Formalmente, invece, Vigas insiste un po' troppo nell'utilizzo ossessivo di focali corte e primi piani, cadendo nella maniera di un modello magari elegante, ma ripetuto spesso negli ultimi anni dal cinema sudamericano, e privandosi quindi di un pizzico di personalità in più che gli avrebbe giovato.

Non è certo nella forma che si può rintracciare la personalità di Remember, film che visivamente non si distacca molto dagli stilemi dei tv movie buoni per i pigri pomeriggi del weekend. Egoyan, d'altronde, sembra faticare da tempo a ritrovare lo smalto dei suoi anni migliori, e questa stessa superficie un po' piatta si riscontrava già nell'ultimo Captives, e non solo: il canadese però non rinuncia al lavorio costante su questioni spinose che mettano alla prova le convinzioni dei suoi spettatori, e anche questa volta sceglie un copione che non ha mancato, e non mancherà di suscitare accese discussioni che toccano anche l'etica e la morale.
Di Remember, film di cui è difficilissimo parlare in maniera critica senza dover svelare dettagli che ricadrebbero inevitabilmente sotto la definizione di “spoiler”, suscitando così l'ira del lettore, possiamo comunque dire questo: che racconta la storia di un uomo molto anziano, interpretato da un bravo Christopher Plummer, che all'indomani della morte della moglie, pur malato di demenza senile, fugge dall'ospizio che lo ospita spinto da un amico (Martin Landau), alla ricerca del nazista che settanta anni prima uccise le loro famiglie ad Auschwitz. Con sé, l'uomo ha una lettera che deve leggere di continuo per ricordarsi la sua missione e i suoi dettagli, mentre attraversa gli States alla ricerca di quale sia, dei quattro omonimi rintracciati, l'uomo che vestiva la divisa delle SS nel campo e che giunto negli Stati Uniti ha cambiato nome.
C'è la memoria, quindi, al centro di tutto: il ricordarsi chi si è, cosa si è stati, cosa sia successo. Una memoria che rischia continuamente di sbiadire definitivamente, ma con la quale si dovranno fare necessariamente conti dolorosi e inaspettati. Tanto per i protagonisti quanto per gli spettatori, che Egoyan vuole sorprendere e provocare al tempo stesso, prestando però il fianco a pericolose obiezioni che riguardano i personaggi e i temi trattati proprio da un punto di vista non solo cinematografico, ma anche morale.



Sul fronte del fuori concorso, da segnalare il ritorno al Lido di Franco Maresco a un anno da Belluscone, che si guadagnò un premio speciale a Orizzonti e più di recente ha vinto il David di Donatello come miglior documentario. Questa volta Maresco racconta la vita e le opere di Franco Scaldati: drammaturgo, attore, poeta, amico del regista. E il titolo del film dice quasi già tutto: Gli uomini di questa città io non li conosco. Vita e teatro di Franco Scaldati.



Molto tradizionale nella forma, il documentario di Maresco vuole evidenziare come l'opera teatrale e linguistica di Scaldati, che più off non si poteva, sia stata sempre tesa a raccontare una fascia di popolazione emarginata e poverissima che non è tanto scomparsa quanto si è trasformata nel passaggio della Palermo del secondo dopoguerra a quella degli anni Sessanta e Settanta, quando ai “quartieri” si sostituirono le periferie fatte di palazzoni e colate di cemento e una certa innocenza popolare si perdette tra il sangue della mafia, le lotte della politica e la commercializzazione del mondo. Tutto legato - forse troppo legato - a un'idea di poetica e politica che nel nostro paese si fa ancora fatica a superare o rielaborare criticamente (quella che ha poeticizzato il proletariato, l'emarginazione e la povertà a partire dagli anni Sessanta), il film di Franco Maresco è comunque un interessante documento: non solo su un personaggio, su Scaldati, ma sulla storia di una città, della sua popolazione e della cultura che l'ha attraversata nel corso dei decenni.

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