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Anurag Kashyap, incontro con il regista indiano che ama spaziare fra i generi e il Jeeg Robot di Mainetti

Uno dei registi indiani già amati della sua generazione, prolifico e costantemente in esplorazione fra generi diversi. Anurag Kashyap è l’ospite d’onore del River to River, festival fiorentino dedicato al cinema indiano. Lo abbiamo intervistato.

Anurag Kashyap, incontro con il regista indiano che ama spaziare fra i generi e il Jeeg Robot di Mainetti

Ventidue anni di incursioni di cinema indiano fra le antiche strade del centro di Firenze. River to River Florence Indian Film Festival torna fino all’11 dicembre al Cinema La Compagnia, sempre con la direzione di Selvaggia Velo. Ospite speciale di quest’anno uno dei più poliedrici registi del subcontinente, Anurag Kashyap, capace di spaziare fra i generi con frequentazioni festivaliere, varie volte a Cannes, in giuria anche a Venezia, e su Netflix con una serie gangster di successo, Sacred Games. Danny Boyle ha dichiarato di aver utilizzato come fonte di ispirazione Black Friday e Satya, primi successi a livello internazionale di Kashyap, per The Milionarie.

“La verità è che sono workaholic”, si schernisce lui, presentando i due film in uscita nel 2022 mentre ne ha appena finito di girare un altro. Ha incontrato alcuni giornalisti a Firenze e raccontato l'esperienza di Almost Pyaar (traducibile con Quasi amore), storia romantica in prima europea fra commedia e ritratto giovanile, in programma domenica 11 dicembre alle 20.30 al Cinema La Compagnia di Via Cavour, oltre al thriller fantascientifico Dobaaraa (sabato 10 alle 20.30), remake dello spagnolo Mirage di Oriol Paulo. I due film saranno poi disponibili in alcuni paesi su Netflix, non ancora in Italia.

Prende spunto dalla realtà nei suoi film, tanto che veniva considerato in passato “dall’industria locale non abbastanza indiano e dai festival uno che faceva film con troppa musica e canzoni, quindi non sufficientemente autoriale. Ero nel mezzo”. Un guado dal quale sembra essere uscito, anche grazie al successo del dittico crime Gangs of Wasseypur (2012), presentato alla Quinzaine des realisateurs e diventato una serie in otto puntate per Netflix nel mercato americano. Con la piattaforma ha poi avviato una collaborazione sia distributiva, con i suoi film disponibili dopo l’uscita in sala, che produttiva, con la serie Sacred Games, che vi consigliamo, disponibile anche in Italia su Netflix.

Kasyap è diventato regista dopo aver visto nei primi anni ’90 una rassegna di film di Vittorio De Sica, ci ha detto. È un cinefilo appassionato, anche onnivoro, visto che vede ogni tipo di film, ma Ladri di biciclette ha innescato in lui qualcosa di molto profondo. Non solo, La meglio gioventù l’ha colpito e ispirato per raccontare una storia lunga anche lui. Riconosce un debuto di riconoscenza per il nostro paese, contratto nel 2009, quando il suo Black Friday era bloccato da due anni dalla censura e l’invito in giuria a Venezia da parte dell’allora direttore, Marco Mueller, ha segnato una sorta di rinascita. “Ho potuto conosce autori italiani che ancora sento come Liliana Cavani, Paolo Sorrentino, Luciano Ligabue o Gabriele Mainetti. Considero Lo chiamavano Jeeg Robot uno dei migliori film di supereroi mai fatti, molto migliore di tanti Marvel. Altri autori giovani che amo sono Fatih Akin, Damien Chazelle, Julia Ducournau, Anthony Chen”.

Almost Pyaar, presentato qualche giorno fa in prima mondiale a Marrakech Film Festival, in sala in India nel febbraio '23, è nato da un incontro con la figlia. “Ha 22 anni ed è molto nota in India come influencer. Io ho 50 anni, non so neanche bene cosa voglia dire aver successo sui social. Il nostro è un paese conservatore, in cui i cambiamenti ci mettono del tempo ad avviarsi. Una volta abbiamo parlato di un suo amico gay e lei mi ha dato del migrante che sta cercando di adeguarsi ai tempi, dicendo che per lui era un amico e basta e che ai giovani non interessa di definire le persone per la loro sessualità. Ha un podcast molto popolare su Spotify e un canale YouTube e Instagram molto seguiti, tanto che ogni tanto mi fermano per parlare di lei, più che di me. I giovani hanno una percezione diversa della vita, per quello con Almost Pyaar ho voluto raccontarli. Per loro è normale dormire insieme fra amici di sesso diverso, mentre ai miei tempi non capitava. Loro si fidano, sono sereni e per capirli meglio ho racontato una storia di due coppie, una a Londra e una in un paesino indiano di montagna, interpretata dagli stessi attori. Gli ho fatto scegliere anche le canzoni, in modo che rispecchiassero il loro mondo”.

Ha iniziato con il cinema trasferendosi pieno di speranze dal suo paese nell’Uttar Pradesh nella capitale del cinema indiano, Mumbai, senza conoscere nessuno e cavandosela per mesi con espedienti. “All’epoca l’industria era in mano a poche famiglie, ero un outsider e ho coinvolto nei miei film giovani attori e outsider come me che sono diventati la mia famiglia. Ora in molti hanno successo. Per me è importante cambiare, non essere etichettato. Tutti volevano che continuassi a raccontare storie di gangster, ma voglio sempre fare altro. Il successo distrugge molti registi e molte star, che fanno sempre le stesse cose per rispondere alle aspettative del pubblico. Anche mei miei film di genere inserisco sempre riferimenti al tempo e al luogo in cui racconto le mie storie: l’India dei problemi sociali, delle diseguaglianze e discriminazioni, come quella dei musulmani nei confronti della maggioranza Hindu. Poi c’è la censura che crea problemi, devi andare avanti facendoti furbo. Per esempio ho girato un remake, Dobaaraa, perché avevo bisogno di fare un film ‘tranquillo’, dopo aver avuto difficoltà con il governo. Abbiamo lavorato sulla sceneggiatura dell’originale quando ancora non era uscito, tanto che alla fine il nostro è un film diverso".

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