Animal House: 40 anni di Toga Party, Bluto Blutarsky e anarchica follia

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Animal House: 40 anni di Toga Party, Bluto Blutarsky e anarchica follia

Ci sono film – e Animal House è uno di quelli - che non invecchiano e si possono vedere e rivedere senza stancarsi, rivivendo ogni volta il divertimento della prima visione. Per quanto riguarda chi scrive, l'incontro con e l'immediato innamoramento per quella commedia di un genere che non si era mai visto fino ad allora e per il genio di John Belushi risale all'ottobre del 1978, quando il film uscì in Italia tre mesi dopo aver conquistato il pubblico americano. Per noi, che non avevamo la fortuna di poter vedere il Saturday Night Live e che ancora non conoscevamo né quell’umorismo, né l’adorabile clown albanese e gli altri attori, alcuni dei quali erano alle prime o alla primissima apparizione cinematografica, come lo stesso Belushi, Kevin Bacon (Chip Diller), Stephen Furst (Sogliola), Bruce McGill (Daniel D Day) e Karen Allen (Katy), fu una vera, inattesa sorpresa. E nonostante American Graffiti e il quasi contemporaneo Grease ci avessero introdotti al mondo liceale americano, non avevamo altrettanta familiarità con lo spietato sistema delle caste nei college americani. Conoscevamo il lato più sentimentale, nostalgico, dei liceali degli anni Cinquanta, non la guerra tra confraternite degli universitari dell’era Kennediana che ci presentava Animal House in modo volutamente esagerato, ma che suonavano autentiche come ogni ribellione di outsider contro un sistema che non li comprende.

Il finale inoltre ribaltava satiricamente proprio quello di American Graffiti, suggellando con le scritte sui freeze frame della baraonda finale il destino futuro dei protagonisti e raccontandoci ad esempio che l’animalesco Bluto sarebbe diventato senatore (nel mockumentary realizzato per i 25 anni del film John Landis andrà anche oltre, rivelandoci che lui e la rapita Babs sono diventati Presidente e First Lady). Animal House fu il primo grosso film diretto dal regista all’epoca 27enne dopo i successi “underground” di Slock e Ridere per ridere, nonché il primo e il migliore prodotto cinematografico del “National Lampoon”, la dissacrante rivista satirica americana nata da una costola dell’Harvard Lampoon, che aveva già dato vita allo spettacolo teatrale Lemmings e a un programma radiofonico. Gli spettatori americani, al contrario di quelli europei, sapevano cosa aspettarsi, perché la satira universitaria del Lampoon non si poneva limiti di buon gusto o correttezza e il fatto che il film fosse il veicolo di debutto della star del Saturday Night Live li predisponeva sicuramente al meglio. Ma, nonostante questo, il successo fu clamoroso e in parte inatteso.

A John Landis l’incarico di dirigerlo arrivò dopo il rifiuto di illustri registi come John Schlesinger, Alan J. Pakula, Mike Nichols e George Roy Hill. La sceneggiatura (evoluzione di uno script assai più outrageous, che a un certo punto prevedeva la presenza di Charles Manson al college e si era pure intitolato Laser Orgy Girls) era firmata da Harold Ramis (che aveva scritto per sé il personaggio di Boon, che con suo grande scorno Landis affidò a Peter Riegert), dal cofondatore del National Lampoon, Douglas Kenney (suicida nel 1980 a soli 34 anni) e da Chris Miller, che vi inserì molti suoi ricordi universitari nella confraternita Alpha Delta Phi al Darthmouth College (dove era chiamato Pinto, come il personaggio di Tom Hulce), incluso il macabro espediente del dongiovanni Otter (Tim Matheson) per rimorchiare le ragazze dell’altro college.

L’aneddotica intorno a Animal House è pressoché infinita e a volte leggendaria, ma ci sono alcune curiosità e fatti certi: Donald Sutherland, unico attore famoso del cast, che sceglie un compenso fisso (50.000 dollari per due giorni di riprese) perdendo i 14 milioni di dollari che avrebbe ricevuto se avesse invece accettato la percentuale sugli incassi futuri del film, che arrivano a 141 milioni di dollari; il cantautore Peter Bishop, il “tipo affascinante” di Ridere per ridere, che è qua il povero “tipo affascinante con chitarra” a cui Belushi distrugge lo strumento per poi chiedergli scusa durante il Toga Party; il rettore dell’università dell’Oregon che, pentito di non aver detto di sì alle riprese del Laureato quando ricopriva lo stesso ruolo a Berkeley, concede l’uso dei locali del campus – incluso il suo ufficio – al fittizio Faber College a condizione di non rendere riconoscibile l’università, di cui il film negli anni successivi diventerà uno dei principali motivi di attrazione, e così via.

In uno di quei casi in cui la vita imita l’arte e non viceversa, diversi attori del gruppo Delta, invitati prima delle riprese a una festa universitaria, si trovarono coinvolti in una rissa con i veri studenti e ne uscirono piuttosto malconci. Ha dell’incredibile oggi, quando il digitale rende tutto più facile e meno autentico, pensare alle 200 comparse scritturate e addirittura alle 800 per la scena finale della parata per cui venne chiusa per più giorni la Main Street. Il cast in realtà avrebbe inizialmente dovuto comprendere l'altra star del SNL Chevy Chase nel ruolo di Otter, ma Landis, che voleva Belushi e Dan Aykroyd ma non una commedia che sembrasse un’emanazione diretta dello show, lo convinse ad accettare invece Gioco Sleale, anonima commedia con Goldie Hawn, presentando all’egocentrico attore il film come corale e sminuendo dunque il suo ruolo (Chase nega questa versione dei fatti). Dan Ayroyd, per cui era stato scritto il personaggio del biker, non ottenne il permesso dal produttore del SNL, Lorne Michaels.

La star del film, John Belushi, faceva la spola ogni settimana tra l’Oregon e New York per continuare ad apparire nello show e abitava in una casa a Eugene, lontana dallo spirito comunitario e festereccio degli altri che alloggiavano in un motel, assieme alla moglie Judy – con cui balla nella sequenza del Toga Party – che lo teneva d’occhio per impedirgli stravizi alcolici e di altro genere. A differenza dell’esperienza successiva sul set dei Blues Brothers, l’attore riuscì a mantenersi sobrio e interpretò meravigliosamente il suo Bluto come richiesto dal regista, facendone un incrocio tra Harpo Marx, il “muto” dei fratelli Marx, e il Cookie Monster di Sesame Street. Il gruppo di fanatici militari riservisti degli Omega, capitanato da Niedermeyer –prefigurazione dei nazisti dell’Illinois dei BB - venne fatto arrivare sul set dopo gli altri e, come racconta l’attore Mark Metcalf, quando trovarono Landis con i Delta in una caffetteria, il regista aizzò loro contro i loro rivali scenici, che li bombardarono di cibo.

Tim Matheson, che a febbraio ha dato il via in America alle celebrazioni per il quarantennale, dichiara che oggi un film del genere (che alla luce degli ultimi “sviluppi” della commedia americana non appare poi così estremo) non sarebbe possibile. “Quello era il Lampoon: prendevano l’ovvio, quello che tutti pensavano e potevano dirlo e prenderlo in giro. Era un privilegio da bianchi. Parliamo di studenti bianchi in un periodo della vita in cui tutti i conti erano pagati e loro potevano pensare solo a cazzeggiare. Nel film non c’erano minoranze, quella era la genialità del Lampoon. Credo che se lo facessero oggi probabilmente sarebbe un po’ annacquato a causa della realtà politica attuale e probabilmente verrebbe attaccato da questa amministrazione e da tutti i conservatori cristiani”.

A dire il vero già all’epoca il film rimbalzò da Studio a Studio, finché la Universal lo prese, offrendo un risicato budget di 3 milioni di dollari (altre fonti parlano di poco più di 2 milioni), senza prevedere il successo planetario che avrebbe avuto. Anche loro ebbero problemi, dichiarandola razzista, offensiva e improponibile, con la scena in cui i Delta si recano in un locale in cui canta Otis Day, che si era esibito al loro Toga Party, e vengono minacciati dai neri che lo frequentano: solo l’entusiastica approvazione del grande attore comico di colore Richard Pryor (“il film è fottutamente divertente, non è razzista e questi bianchi sono fuori di testa”) fece sì che la sequenza restasse.

Al di là delle felici scelte di cast, della trascinante colonna sonora, della riuscita delle gag, dell’evidente affiatamento tra gli attori e dell’affetto che provano ancora oggi per un film che è stata la loro prima e unica esperienza in una confraternita, a rendere immortale Animal House è l’indimenticabile performance di un John Belushi al massimo della forma, perfetto nello slapstick, nella mimica e nell’intonazione di battute passate alla storia, tanto che è impossibile isolare una scena che lo veda protagonista senza far torto a tutte le altre. Dalla esilarante sequenza nella mensa col finale “sono un brufolo” (molto più sensato del bizzarro “sono uno sparacibo” della versione italiana) che dà il via alla battaglia di generi alimentari, alle lattine schiacciate in testa, dal trascinante, assurdo pep-talk sui "tedeschi" che bombardarono Pearl Harbour al ballo in toga, fino alle gesta da pirata nel finale, è Bluto Blutarsky l’incarnazione dello spirito anarchico, della geniale stupidità e del riscatto di una generazione che vive forse l’ultimo momento possibile di felice cazzeggio (il film si conclude un giorno prima dell’assassinio del presidente Kennedy).

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e non ce n’è più per nessuno. Li abbiamo amati tutti, questi outsider fuori dalle regole che non hanno voglia di studiare ma non sono stupidi e istintivamente odiano l’ottusità del potere. Forse ha davvero ragione Tim Matheson a dire che nell’America di oggi un film del genere sarebbe impensabile. Perché l’imbranato Pinto e il goffo Sogliola (splendida interpretazione di Stephen Furst che ha purtroppo raggiunto Belushi l’anno scorso), il seducente bastardo Otter che si porta a letto la moglie del viscido (ispirato a Nixon) Preside Wormer (John Vernon) e tutta la banda degli esclusi che dà scacco al ridicolo e malvagio Niedermeyer e ai suoi scagnozzi oggi darebbero parecchio fastidio a un potere privo di senso dell’umorismo e autoironia. Ma non c’è problema: abbiamo sempre il film da rivedere e basterà rifornirsi di birra e scatenarsi nelle danze, per tenere in vita lo spirito di Bluto Blutarsky e del capolavoro anarchico di John Landis, al grido di battaglia di "To-ga! To-ga!".

Il Trailer italiano realizzato per il ritorno in sala del film nel 2013, per il 35esimo anniversario:

Il Trailer originale del film



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