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American Factory: il documentario da Oscar è su Netflix, esordio per la società di Barack e Michelle Obama

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La coppia presidenziale esordisce con la sua società di produzione con un documentario Netflix Original da Oscar.

American Factory: il documentario da Oscar è su Netflix, esordio per la società di Barack e Michelle Obama

Alla fine del primo decennio del secolo, proprio mentre veniva eletto in un trionfo di speranze Barack Obama alla presidenza, chiudevano sempre più fabbriche negli Stati Uniti, come lo stabilimento della General Motors di Dayton, in Ohio. Qualche anno fa, nel decennio scorso, la Cina sempre più muscolare di Xi Jinping, forte di anni di crescita ininterrotta e della rigida disciplina dei suoi operai, ha iniziato a colonizzare le fabbriche chiuse a ripetizione nelle zone cruciali della crisi, della deindustrializzazione degli Stati Uniti, soprattutto nella cosiddetta Rust Belt e nel Midwest, territori d’elezione della campagna presidenziale di Trump. Un tentativo di suturare le ferite sociali e occupazionali con una bella scritta Made in China, con una campagna più d’immagine, di rivalsa nazionale, per dimostrare nel cuore dell’Impero che anche i cinesi meritano rispetto e uguale considerazione rispetto all’unica Grande potenza, che per vero interesse economico o finanziario.

A Dayton sono andati nel 2016 Julia Reichert e Steven Bognar per seguire l’arrivo della Fuyao, produttrice di vetri per automobili con una fetta di mercato mondiale del 70%. Ne è venuto fuori uno dei documentari più belli dell’anno, premiato con l’Oscar, prodotto dalla società di Michelle e Barack Obama, un’esclusiva Netflix Original. American Factory, questo è il titolo, in italiano Made in USA, è un capitolo inatteso del sogno americano, in cui il 7° cavalleggeri arriva con le fattezze di un sorridente ma tozzo cinese di campagna, il boss della Fuyao, uno dei tanti miliardari nati quasi in miseria che si è fatto da solo, ma anche sulle spalle di migliaia di operai al lavoro con ritmi buoni per Stakanov. 

Alcuni di questi, dei capireparto, vennero inviati a Dayton per avviare e controllare il lavoro dei loro colleghi americani della Fuyao Glass America, nata con l’intento di dargli un'impronta tutta americana, almeno all’inizio, ispirata ai valori della gloriosa tradizione della catena di montaggio USA. Particolarmente gustoso è un dialogo fra un cinese e un collega americano, in cui il primo ironizza sulla stanchezza del secondo “rinfacciandogli” tutte le loro comodità, come le 8 ore di lavoro al giorno (“noi ne lavoriamo 12”) o gli 8 giorni di riposo al mese (“io ne faccio 1 o 2 al massimo”). Colpisce l’età media giovane dei cinesi, rispetto ai 2000 locali che sono spesso alla seconda o terza vita professionale, hanno passato licenziamenti e le crisi dell’industria, e hanno almeno 50 anni. 

La giovane Cina dalle energie illimitate, quindi, che dimostra agli americani, a casa propria, il proprio valore. Sono di questo tenore anche le conversazione che si scambiano “i colonizzatori”, nella loro lingua, con un sorriso. Ben differenti rispetto al modo in cui si pongono in inglese. Un rapporto, fra la cultura del lavoro dei due paesi che non può che generare incomprensioni e tensioni, mentre due mondi così diversi cercano di fondersi. Anni, se non secoli, di lotte sindacali fanno la differenza, per esempio, e presto gli operai si lamentano delle condizioni di lavoro e vogliono votare per l’arrivo delle Union, un mostro temuto come la peste dai vertici dell’azienda.

American Factory non è l’irruzione di Michael Moore alla Ford nel suo Michigan, i registi cercano di mantenere uno sguardo esterno, pur mantenendo chiara empatia per gli operai, cercando di entrare anche nella vita privata del miliardario, il Chairman Cao, raccogliendo anche le sue riflessioni intime, i dubbi su una vita dedicata solo al lavoro, “unico scopo della vita”, e le pretese sempre avute nei confronti di sé stesso e dei lavoratori su cui si è appoggiato per aprire centinaia di fabbriche nel mondo. 

Sono gli operai, però, al centro di questo film; le loro relazioni con la proprietà, con il mondo stesso dell’industria dell’automobile ormai rivoluzionato e sempre più automatizzato, la crisi dei sindacati americani, sempre più marginali e evitati per la paura, in un periodo di crisi, di indispettire i datori di lavoro e venire licenziati. Decenni di lotte e di risultati ormai evaporati, ma anche la speranza che il fattore umano possa fare ancora la differenza, come dimostrano alcuni momenti, perfino toccanti, in cui i lavoratori cinesi e americani si specchiano, ritrovano in comune molte cose, si riconoscono nelle loro tute blu, o davanti a un barbecue in giardino. Made in USA, passando per la Cina.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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