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Aliens - Scontro finale: uno dei migliori sequel di tutti i tempi compie trent'anni

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Ancora modernissimo, il film diretto da James Cameron sarà quello a cui si riallaccerà il nuovo capitolo della saga di Alien attualmente in cantiere.

Aliens - Scontro finale: uno dei migliori sequel di tutti i tempi compie trent'anni

Se cercate su internet le classifiche dei migliori sequel di tutti i tempi, o le liste dei 10 o più sequel buoni quanto l'originale, o magari anche migliori, troverete sempre, invariabilmente Aliens nelle primissime posizioni. Nella Top 50 stilata qualche anno dalla rivista inglese Empire, che di queste cose (cinema e classifiche) se ne intende, quello di James Cameron è al primo posto. Non senza meriti.
Ancora oggi, a trent’anni dal suo debutto nelle sale, Aliens (che in italia aveva il sottotitolo "Scontro finale", ma sappiamo tutti che finale non è stato) è un film notevolissimo, e uno capace di influire sulla saga e sull’immaginario collettivo a essa legata tanto quanto l’originale firmato da Ridley Scott nel 1979.

Alien e Aliens, Scott e Cameron: due visioni diverse eppure coerenti e convergenti della storia e del cinema. Il primo, un film a suo modo molto inglese, come il suo autore, giocato sulla suspense, l’implosione, la paranoia; il secondo, un film che porta nello spazio l’edonismo muscolare americano degli anni Ottanta, che esplode, che più che fantascienza e horror è thriller e action.
Cameron, insomma, vince la sfida del sequel proprio perché tradisce, cambia le carte in tavola, batte nuove strade senza mai però perdere di vista i principi fondativi di una mitologia: e così facendo, aggiungendone altri.

Senza Aliens, la Ellen Ripley ultracombattiva e guerriera che tutti abbiamo nella testa (e che avevano in testa i creatori di Legs Weaver, personaggio di Nathan Never che diede vita a uno spin-off), non sarebbe la stessa. E non a caso, le sorti di Ripley si dividono, tra saga di Alien cinematografica e saga di Alien a fumetti, proprio dopo il film di Cameron, e non dopo quello di Scott.
Non sorprende quindi che, nelle dichiarazioni del regista Neil Blomkamp e della stessa Sigourney Weaver, il nuovo e già attesissimo sequel di Alien prodotto da Scott andrà a posizionarsi - cronologicamente e narrativamente - dopo Aliens. Che quindi ancora una volta è considerato l’unico vero e possibile sequel del film originale uscito finora.

Così come è al tempo stesso dentro e fuori la mitologia dell’Alien di Scott, Aliens è dentro e fuori gli anni Ottanta; come fatto con la saga, li ha metabolizzati, e li ha successivamente indirizzati e influenzati.
Ambientato 57 anni dopo la fine del film originale, l’Aliens di James Cameron è il film che esplicita che di più non si può la metafora relativa alla maternità della serie. È quello di Ripley che fa a botte con la Regina Alien a bordo dell’esoscherletro giallo con le pinzone. È quello in cui appare il Bishop di un Lance Henriksen che sarà da quel momento indissolubilmente legato al personaggio.

È il film che, con i suoi marines futuristici, ciarlieri e incazzati (Hicks, Hudson, Vasquez, Apone e gli altri) prende dal cinema di Chuck Norris e Arnold Schwarzenegger e dà alla serie di Predator, con cui - guarda caso - quella di Alien è destinata a incrociarsi. È il film che con la sua ambientazione, coi corridoi, i condotti dell’areazione, le porte, gli ascensori, le esplosioni e le fiammate, anticipa anche l’action di Die Hard, che John McTiernan girerà di lì a due anni e che può essere considerato, semplicisticamente, un Aliens senza alieni e più ironico.

Non che l’ironia sia assente del tutto, in Aliens: perlomeno finché il grosso del plotone dei marines è in vita, ci sono anche battute divertenti - un esempio si tutti, lo scambio tra Hudson e Vasquez: “Ehi Vasquez, ti hanno mai scambiato per un uomo?”, “No, e a te?” -, e ci sono anche frasi entrate nella storia, come “Vengono fuori dalle fottute pareti!”. Ma quello di Cameron non è un film di dialoghi né tantomeno di umorismo, dote di certo non maggioritaria tra quello a disposizione del regista americano.

Ancor di più del primo Terminator (che l’ha preceduto di due anni, e che ha lasciato molto in eredità: anche interpreti come Michael Biehn, arrivato in extremis a sostituire James Remar, e il citato Henriksen), Aliens è un film di azione e di movimento, di corpi fisici e non, di uomini e di macchine. Un film di guerra ambientato nello spazio. È questo quello che interessa a Cameron, molto di meno i canoni dell’horror o perfino della fantascienza, che difatti tralascia allegramente non appena ne ha modo.

Cameron, così facendo, rende il suo film longevo: tanto che, a trent’anni di distanza, a parte qualche dettaglio come gli schermi tutti a tubo catodico, le sigarette fumate in allegria e le Reebok datate indossate da Sigourney Weaver (e commercializzate dall'azienda americana nel 2010), Aliens potrebbe tranquillamente essere stato girato ieri.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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