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Alice Rohrwacher, il Festival di Cannes e il New York Times: una lezione di cinema e di umiltà

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Unica autrice italiana chiamata dal quotidiano statunitense a raccontare il suo rapporto con Cannes, nei giorni della sua cancellazione, la regista di Le meraviglie e Lazzaro felice mangia in testa a colleghi più blasonati ma più tromboni di lei.

Alice Rohrwacher, il Festival di Cannes e il New York Times: una lezione di cinema e di umiltà

Su quel foglio di provincia che si chiama New York Times, è apparso ieri un pezzo a firma di Manohla Dargis e A.O. Scott (due critici che non hanno bisogno di presentazioni, credo) nel quale sostanzialmente i due autori hanno chiesto a una serie di registi che hanno frequentato una o più volte il Festival di Cannes di raccontare ai loro lettori un aneddoto o un ricordo della loro esperienza sulla Croisette; quella stessa Croisette che in questi giorni avrebbe dovuto pullulare di gente per la 72esima edizione del festival, e che invece è praticamente deserta, perché siamo ancora in pandemia e perfino l'osso durissimo Thierry Fremaux ha dovuto cedere e cancellare il festival di quest'anno (renderà però ugualmente pubblica la Selezione Ufficiale del 2020: così, per spocchia e testardaggine, e per dare un po' di fastidio a chi verrà, forse, dopo di lui nella stagione festivaliera).

Il pezzo del New York Times lo trovate online, vale la pena anche solo per le bellissime foto in bianco e nero che raccontano decenni di film, divi, feste, mondanità, file e tappeti rossi, e che sintetizzano alla perfezione quello che è il Festival di Cannes.
Ma quello che lo rende davvero imperdibile - e non lo dico per campanilismo - è l'intervento di Alice Rohrwacher, unica autrice italiana interpellata.
A parte il suo - e quello di Benny Safdie, che racconta del suo rapporto d'amicizia con un poliziotto di Cannes che si rinnovava a ogni partecipazione al festival - gli interventi raccolti da Dargis e Scott sono quasi tutti all'insegna della banalità, della retorica, spesso anche tromboni e intrisi di egocentrismo.
Si apre all'insegna del narcisismo sfrenato di Iñárritu, si chiude con poche righe tutto sommato banalotte, ma non fastidiose, di Clair Denis. Nel mezzo ci sono Wes Anderson e Olivier Assayas che nemmeno si son degnati di mandare un testo, costringendo Dargis e Scott a pubblicare un domanda - risposta non molto illuminante; c'è il solito video di Michael Moore; c'è l'insopportabile spocchia parigina e intellò di Christophe Honoré; c'è l'ancor peggiore vittimismo risentito di James Gray che scrive del fatto che lui a Cannes c'è andato, e non ha mai vinto niente. E poi tanti altri, da Eastwood a Ferrara, da Jia a Kore-eda, i Dardenne e tanti altri.
E poi c'è Alice Rohwacher. Che, certo, parla di sé e del suo rapporto con Cannes, ma lo fa in un modo speciale, tutto suo, che spicca per capacità di racconto e per umiltà in mezzo a tanta inutile e auto-referenziale retorica.

"Cannes ha cambiato la mia vita. Mi ha mostrato film che hanno espanso la mia libertà intellettuale, e mi ha accolta come regista. Mentre scrivo queste righe, sento la voce del mio vicino Carlo venire da fuori dalla finestra; e anche lui ha a che fare con Cannes," scrive Alice Rohrwacher.
Il Carlo di cui parla, spiega successivamente, è Carlo Tarmati, camionista, uno storico vicino di casa della sua famiglia in Umbria, col quale il padre di Alice e Alba ha avuto spesso grandi conflitti, ("mio padre e Carlo si gridavano insulti e accuse da una collina all'altra"): tanto che era considerato "un grande nemico" della famiglia.
Fatto sta, racconta la regista, che quando ha girato Le meraviglie, Carlo si è presentato a uno dei provini, gettando Alice nell'imbarazzo: "perché era un nemico. Ma era anche un attore nato".
Carlo Tarmati è finito nel cast di Le meraviglie, e Le meraviglie è finito in concorso a Cannes. "Sono andata nel panico," racconta Alice Rohwacher. "Volevo portare con noi Carlo, ma volevo anche portare la mia famiglia. E se avessero iniziato a litigare nel mezzo del festival?"
Ma non andò così: durante la Montée des marches e la proiezione ufficiale di Le meraviglie, scrive Alice "tenevo nervosamente d'occhio mio padre."
Ma, durante la proiezione "Carlo e mio padre si riconobbero nella storia, risero e piansero assieme." E dopo quella proiezione i vecchi nemici, racconta la regista, divennero migliori amici.
"Le grida rabbiose non risuonano più nei boschi. Sono state rimpiazzate da saluti amichevoli," conclude Alice Rohrwacher. "In questo periodo di quarantena, isolati in campagna, Carlo Tarmati è l'unica persona che i miei genitori frequentano. Fanno insieme quel lavoro contadino che non può essere fatto da soli. Si tengono compagnia e si chiamano una sera sì e una sera no prima di andare a dormire. E questa è una delle tante maniere in cui Cannes ha cambiato la mia vita."

Non me ne vogliano gli altri grandi, grandissimi, celebrati autori interrogati dal New York Times per celebrare il Festival di Cannes e il cinema che rappresenta in questo 2020 segnato dalla sua dolorosa e storica cancellazione: ma c'è più cinema, capacità di racconto, amore per il cinema e per quello che un festival è (o dovrebbe essere) in queste righe di Alice Rohrwacher che in tutto il resto dei loro scritti concentrati sulle solite manifestazioni superficiali, sui loro smoking, i loro hotel e sui loro ombelichi.
E quindi, a nome del mio personale amore per il cinema e per i festival (o quello che dovrebbero essere): grazie, Alice Rohrwacher.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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