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Albatros: recensione del film di Xavier Beauvois con Jérémie Renier, in concorso alla Berlinale 2021

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Un poliziotto della Normandia sulla costa della Manica alle prese con piccoli grandi eventi che mettono in rilievo una crisi emotiva anche in una piccola realtà di provincia, la recensione del nuovo sguardo sulla società in crisi e il senso di responsabilità dell'invividuo da parte di Xavier Beauvois.

Albatros: recensione del film di Xavier Beauvois con Jérémie Renier, in concorso alla Berlinale 2021

Una coppia di sposini giapponesi hanno appena celebrato il matrimonio, e si mettono in posa su una delle spiagge della Normandia più amate dai pittori impressionisti, per una di quelle patinate e infinite sessioni fotografiche pronte a essere rinchiuse in un album di pregio da sfogliare ogni tanto, nelle occasioni di festa, o da mostrare ad amici e parenti, per mostrare un po’ della vecchia Europa. Tutto prosegue per il meglio, fra pose ardite e baci in posa, quando improvvisamente il corpo di un uomo fionda violentemente a terra, volato dall’alta scogliera prospiciente, creando il panico negli sposini e nella fotografa. L’irruzione di un evento brutale, inatteso e improvviso, a sconvolgere il placido scorrere della vita. Una breve scena che ben sintetizza il film di Xavier Beauvois, Albatros, che dopo una pausa nel pieno della Prima guerra mondiale, ma raccontando le donne rimaste a casa, in Les Gardiennes, torna nella contemporaneità per raccontare un nuovo fronte di prima linea, inatteso; quello della crisi di oggi, economica, ma anche sociale e forse ancor di più emotiva.

Laurent (Jérémie Renier) è un sergente della Gendarmeria, a capo di una brigata in una zona della Normandia fra campagna e mare. Da dieci anni è fidanzato con Marie (Madeleine Beauvois), e hanno una figlia, la dolce Poulette, è questo il suo soprannome. Vivono in un appartamento accanto al posto di polizia. Laurent ama il suo lavoro, è stimato e rispettato, conosce tutti e ha una parola umana o di conforto anche quando agisce per tenere sotto controllo qualche ordinario misfatto, dal ragazzo che ha fumato e va in scooter senza casco, all’ubriacone del paese che bisogna accompagnare a casa dalla madre anziana. 

Ma al di là di questi casi tipici di ogni microcosmo, quasi luoghi comuni, compaiono altri striscianti disequilibri nel tradizionale ordine sociale, quelli più recenti. Come un contadino che non riesce più a sopportare i piccoli e grandi soprusi delle quote europee, che lo costringono a continui sacrifici ormai non più tollerabili, per poche centinaia di euro di guadagno al mese.

Una nuova miseria sociale, spesso raccontata nel cinema francese di questi anni, che è vissuta con sofferenza empatica dal poliziotto Laurent, ma che cerca “di non portare a casa”. Una crepa nella routine quotidiana che coinvolgerà anche lui, che per cercare di salvare l’agricoltore, fuggito da giorni in preda a probabili istinti suicidi, sarà protagonista di un evento traumatico che metterà in dubbio la sua integrità e le sue priorità. La colpa e la fallibilità umana emergono in primo piano, come in altri lavori di Beauvois.

Albatros, dal nome del modellino di un sontuoso veliero molto caro alla famiglia di Laurent, un eccellente Jérémie Renier, è un film che funziona con eleganza fino a che racconta una navigazione in mare calmo, ci lascia costantemente in attesa che la tensione sottomarina emerga, ma quando finalmente accade, quando la tempesta coglie il protagonista in alto mare, non soddisfa in pieno, sembra un diversivo, una scorciatoia di bello stile più che la coerente conclusione di una storia che rimane sospesa senza scavare in profondità, non prendendo mai in pieno il vento capace di farla volar via a vele spiegate. 

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