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Al Torino Film Festival 2020, giovani donne in cerca d’identità e conciliazione con un passato traumatico

Una nuova giornata al Torino Film Festival con un concorso che ci porta fra l'Irlanda e la Cina a seguire le vicende di due coppie di donne in cerca di risposte alle molte domande che le turbano.

Al Torino Film Festival 2020, giovani donne in cerca d’identità e conciliazione con un passato traumatico

Un concorso che prosegue, al Torino Film Festival, con un paio di storie al femminile, con due donne al centro di vicende diverse e ben lontane geograficamente.

Cominciamo con Mickey on the road di Mian Mian Lu, il più interessante dei due, seppure con i suoi limiti. È la storia di due ragazze di Taiwan, Gin Gin ama ballare e divertirsi, sempre con il sorriso e vestiti sexy, mentre la sua migliore amica, la Mickey del titolo, è indurita dalla fuga del padre, che ha lasciato la madre in depressione e costante stato catatonico. Ama le arti marziali e vorrebbe entrare in una squadra riservata solo ai maschi, e non sorride un granché. Le due sono inseparabili e un po’ annoiate, fino a che Gin Gin decide di proporre un viaggio a Guangzhou (Canton), nella Cina del miracolo economico, a due passi da Hong Kong, dove vive quello che definisce il suo fidanzato. Perfetto, visto che il padre di Mickey proprio in quella città vive.

Parte come una commedia sull’amicizia, concentrandosi poi sulla ricerca della propria identità di due ragazze insicure e indecise, che sono molto più simili e smarrite di quanto sembri, pur se reagiscono all’esterno in maniera opposta. Una storia di formazione sullo sfondo di due realtà diverse, come Taiwan e la Cina continentale, le cui caratteristiche vengono delineate in maniera indiretta, discreta. La cosa più interessante, insieme alla sensazione di un futuro che disperatamente dovrà fare i conti con il passato, con un rapporto irrisolto con i propri genitori, in un film che punta sulla semplicità, ma pecca anche di una costruzione troppo programmatica, specie con un finale che rende più faticoso il flusso narrativo, all’inizio scorrevole e promettente.

Sempre due donne, ma questa volta due sorelle, sono al centro di Wildfire di Cathy Brady. Si chiamano Lauren e Kelly, vengono da un paese dell’Irlanda del nord poco oltre il confine con la Repubblica d’Irlanda. Uno di quei posti persi nel niente, in cui le bellezze naturali di altre zone dell’isola smeraldo sono lontane e rimangono le luci e le ombre, le cicatrici mai sanate della guerra civile fra IRA e lealisti filobritannici. Questi traumi mai sanati, con la possibilità di finire al pub a bere accanto a chi ha messo bombe che hanno ucciso un caro o un amico, sono il vero interesse della regista, che per rappresentarli utilizza la vicenda personale di Kelly, che si presenta dalla sorella Lauren dopo un anno di sparizione. 

Questo creerà una scintilla capace di rimettere in discussione la quiete apparente della loro realtà, con il marito di Lauren sempre più ostile e il puzzle del passato delle due che si ricompone piano piano sotto i nostri occhi. Il lutto del padre ucciso di un attentato terroristico, la madre morta in un incidente stradale che sembra sempre di più un suicidio, con tanto di una tara di malattia mentale che aleggia fra le due. Sempre più isolate dal loro contesto sociale, ostile tanto da alimentare la voglia di una fuga definitiva, Wildfire è davvero schematico nelle sue svolte narrative, incapace com’è di nobilitare ambizioni interessanti, come quelle di riflettere sulle dolorose ferite, non suturate nonostante la quiete apparente, in una terra ancora piena di dolori in sonno come l’Irlanda del nord.

In conclusione della giornata, facciamo un salto fuori concorso, per parlare di un film italiano, ambientato fra la costa ligure e il suggestivo deserto dell’Atacama, in Cile. Si intitola Vera de verdad, diretto dal regista di videoclip e fiction televisive, Beniamino Catena, e racconta di, indovinate un po’, proprio di Vera, una ragazza di 10 anni pazza per l’astronomia che scompare nel nulla durante un’escursione con il suo professore, per riapparire due anni dopo, ma con un fisico da giovane donna. Non ricorda niente, i genitori si dividono nel credere o meno al miracolo, ma l’esame del DNA li convince definitivamente. Vera ha vissuto nei panni di un uomo cileno, clinicamente morto a causa di un infarto, che a migliaia di chilometri di distanza si è risvegliato proprio nell’istante in cui è sparita Vera.

È il ritratto di due persone diverse in tutto, eppure legate per un accidente legato ai misteri del cosmo. Vera sta diventando adolescente, mentre lui è ossessionato dai sensi di colpa per non essere stato un padre all’altezza della figlia. Ambizioso e confuso, lascia freddi e distanti, anche grazie a dialoghi e interpretazioni poco convincenti.

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