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Al Noir in Festival è lo zombie-day e la festa de La notte dei morti viventi

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Dario Argento, Gianfranco Mandfredi, Federico Ercole e Gioacchino Toni parlano di non morti e omaggiano George A. Romero.

Al Noir in Festival è lo zombie-day e la festa de La notte dei morti viventi

Nell'anno del suo cinquantesimo compleanno, La notte dei morti viventi viene celebrato dal Noir in Festival, che dedica la ventottesima edizione agli zombie. Al capolavoro di George A. Romero, uscito il 1° ottobre del 1968, la nostra esperta di horror Daniela Catelli ha dedicato tempo fa un bellissimo articolo, che vi consigliamo di leggere. Quanto a noi, che abbiamo meno familiarità con il genere, possiamo solo dire che, rivedendo il film, lo abbiamo trovato di un'attualità sconcertante. Quell'America turbolenta, devastata dalla guerra del Vietnam e dalle rivolte razziali sembra il mondo di oggi, e quella diffidenza mista a paura che trasforma ogni individuo in un potenziale nemico è un sentimento che conosciamo benissimo, e di cui non possiamo non ignorare le nefaste conseguenze. Non a caso, nell'opera d'esordio del regista dagli inconfondibili occhiali dalla montatura nera, gli zombie sono ben poco mostruosi. In fondo, come diceva anche lui, i veri mostri sono gli uomini, quegli uomini che, armati fino ai denti, gioiscono per la rimozione dell'altro da noi, soprattutto, se l’altro ha, come l'eroe del film, la pelle nera.

Non tutti compresero e gradirono La notte dei morti viventi, e qualcuno lo descrisse come una "continua orgia di sadismo". I guru della critica a stelle e strisce Rogert Ebert e Pauline Kael però lo apprezzarono, così come sembrano amarlo - e profondamente - le menti illuminate che Marina Fabbri e Giorgio Gosetti hanno riunito, alla IULM, nella seconda giornata della manifestazione dedicata al noir.

Il primo a prendere la parola è il giornalista e scrittore Gioacchino Toni, che parla di cinema e zombie: "Molti studiosi indicano tre grandi fasi, una fa riferimento alla cultura africana e haitiana che rimanda a un immaginario legato alla schiavitù. Queste storie hanno contaminato il folclore europeo ottocentesco e il libro che ha aperto la strada è stato 'The Magic Island', del 1929. Il film di riferimento è invece L'isola degli zombies, del '32. Nel '68 c'è stata una svolta, legata all'uscita del film di Romero La notte dei morti viventi, a cui seguono Zombi nel '78, Il giorno degli zombi, e così via. Si tratta di una trasformazione importante, perché il primo film di Romero rende lo zombie un quasi vivente in decomposizione che non deriva dai malefici di uno stregone ma è un oggetto senza padrone che agisce senza una chiara ragione. Inoltre il film dà largo spazio agli eventi che si svolgono nella casa-rifugio, che diventa il luogo in cui si manifesta un conflitto fra gruppi sociali. La terza fase è arrivata con 28 giorni dopo di Danny Boyle, del 2002, dove si passa dallo zombie tradizionale allo zombie infetto, che, tra l'altro, diventa sempre più veloce e vorace, quasi a replicare il dinamismo esasperato della nostra società. Infine non dimentichiamo il fenomeno The Walking Dead, che sposta l'interesse dallo scoppio della pandemia alla ricostruzione di un mondo distrutto, imploso".

Il giornalista esperto di videogame Federico Ercole parla invece degli zombie nei videogiochi e del rapporto fra George Romero e Resident Evil: "Chi videogioca è consapevole di esercitare un atto di violenza. L'industria videoludica si è impadronita dello zombie perché il morto vivente è il nemico ideale, e lo è perché il giocatore uccide rimuovendo il senso di colpa derivato dalla simulazione di un assassinio. Tuttavia, nel vero gioco-zombie, gli zombie ci possono effettivamente uccidere e alla fine non c’è la scritta Game Over ma You Die. Il rapporto fra i videogiochi e il cinema sarebbe potuto cambiare a metà degli anni '90, quando la Capcom decise di affidare la regia di un film su Resident Evil proprio a George Romero. La sua sceneggiatura però non piacque alla Capcom, che non amò la sua impostazione alla Roger Corman e disse no, ma come 'contentino' gli fece realizzare due trailer che sono usciti solo in Giappone per il lancio di Resident Evil 2. E’ un gran peccato, perché Romero aveva captato subito gli elementi fondamentali del videogioco, a cominciare dalle dinamiche della sopravvivenza che poi lui stesso aveva inventato con il suo cinema".

Più personale l'intervento di Gianfranco Manfredi, scrittore, fumettista e cantautore che ha intitolato il suo secondo album "Zombie di tutto il mondo unitevi": "Ho visto La notte dei morti viventi nel '68, avevo 20 anni e passai davanti al cinema Carcano di Milano. Mi attirò la locandina, con quella ragazzina con i capelli che le coprivano metà del viso. Era un'immagine scioccante, punk, che poi è stata ripresa più volte, per esempio per i vari The Ring. Il film ebbe su di me un impatto fortissimo. Per la mia generazione l'horror era legato a Corman, ai castelli, ai racconti di Edgar Allan Poe. Vedere orde di cannibali che avanzavano instancabilmente mi fece capire che gli zombie eravamo noi, quelle immagini sembravano una versione horror di Woodstock".

Chiude in bellezza l’incontro sugli zombie Dario Argento, che nel '78 ha coprodotto e collaborato alla sceneggiatura di Zombi, e che spiega perché il film venne girato in un centro commerciale: "L'idea di ambientare il secondo episodio in un centro commerciale è legata al fatto che Romero all'epoca viveva a Pittsburgh. Un suo amico aveva appena aperto un centro commerciale e gli disse: 'Fai un film, così lo lanci', e lui, ridendo, rispose: 'Non è una brutta idea'. Così, quando ci incontrammo a New York, mi presentò questo soggetto. Il centro commerciale era un posto enorme, vendevano di tutto, comprese le armi, c'erano delle belle fontane, decidemmo per il sì, volevamo anche fare un film sul consumismo, perché secondo George il centro commerciale era il simbolo del consumismo. Giravamo di notte perché non c'era nessuno, cominciavamo alle 19:30 e andavamo avanti fino alle 6 del mattino. Sfasciavamo tutto e c'era una troupe incaricata solo di rimettere a posto, ma eravamo metodici, sfasciavamo una parte per volta. George scrisse il film a Roma, lo invitai in un hotel ai Fori Imperiali, partecipai alla sceneggiatura perché andavo a trovarlo quasi tutti i giorni".

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