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Al Festival di Venezia sorprese francesi, sfide italiane e la voce commovente di Janis Joplin

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Inaspettato colpo di reni del concorso con L’Hermine di Christian Vincent. E Guadagnino intriga.

Al Festival di Venezia sorprese francesi, sfide italiane e la voce commovente di Janis Joplin

Ha piovuto ancora, sabato sera. Un bell'acquazzone tardo pomeridiano che ha rinfrescato l'aria e forse le idee, che ha esaltato le lamentazioni degli stanchi del Lido, aumentato la baldanza dei tanti che sbandierano la loro imminente partenza per la rivale Toronto e lavato via un po' di stanchezza da un concorso che inizia a mostrare qualche segno di vita. Solo a pioggia finita, infatti, è cominciata la proiezione per la stampa di un film presentato oggi in concorso: un film al quale la vulgata del Lido non dava una lira, ma che si è rivelato essere la prima vera sopresa, non esclatante ma significativa, di questo Festival di Venezia 2015.

Perché non ci si aspettava certo che L'Hermine, nuovo film del Christian Vincent de La timida, Hotel a cinque stelle o La cuoca del presidente, non solo non fosse l'ennesimo film da salotto di questa Mostra, ma si rivelasse un meccanismo narrativo quasi impeccabile capace di raccontare una storia ricca di spunti e significati, a partire da una vicenda quasi tutta ambientata in un'aula di tribunale che ibrida il giudiziario con il romantico.
A vestire l'ermellino del titolo, nei panni di uno scontroso e severo presidente di Corte d'Assise di una cittadina in Normandia, è Fabrice Luchini: ed è lui a dover guidare il processo contro un giovane accusato di un crimine orrendo, di aver ucciso con dei calci la figlia di sette mesi che non smetteva di piangere. Solo che il caso si presenta molto meno chiaro di quel che si poteva pensare, e a complicare (o forse semplificare) le cose per il Presidente Racine è la presenza in giuria di una donna di cui si era innamorato perdutamente anni prima (Sidse Babett Knudsen).
Certo, la storia de L'Hermine è in prima battuta quella di un presunto colpevole che si tramuta in presunto innocente, e allo stesso tempo quella di un uomo, l'inflessibile Racine, che si ritrova, in molti modi, grazie alla riscoperta di un amore perduto: una storia ottimamente congegnata in scrittura e ottimamente messa in scena, nonostante qualche punteggiatura “alla francese” di troppo. È però nei dettagli – in quei dettagli che possono cambiare la sorte di un processo e di un imputato, o l'impressione complessiva su una persona, che servono (parafrasando lo stesso Racine) a stabilire non tanto una verità assoluta di un film, ma la forza e il coraggio di essere coerenti con la legge del cinema – che il film di Vincent trova i momenti di maggiore risalto. I dettagli e i piccoli gesti, capaci di lasciare segni profondi.
L'Hermine, allora, è un film che ragiona sulla giustizia e sull'amore, sugli slanci e i sacrifici, in maniera universale e umanista; che, attraverso la intricata teatralità di un processo, parla in maniera leggera e complessa insieme di come noi esseri umani interagiamo fra di noi, nel bene come nel male, e delle conseguenze del nostro agire. Se pensiamo che in giuria c'è un signore che si chiama Emmanuel Carrère, quello che ha scritto un libro come “L'avversario”, non ci sarebbe da sorprendersi se L'Hermine portasse a casa un premio.

Se invece i premi fossero assegnati dai responsi della stampa nelle sale, ci sarebbero ben poche speranze per A Bigger Splash, il nuovo film di Luca Guadagnino, il regista che i critici amano fischiare. Accolto con qualche disapprovazione (ma anche sparuti applausi) al termine delle due proiezioni per la stampa del mattino, A Bigger Splash è l'ennesimo potenziale grande film del suo autore, vittima però della sua stessa voglia di osare e spiazzare, della sua voglia di ricerca. Remake più o meno dichiarato de La piscina, il film porta nello splendore di Pantelleria quattro personaggi e i loro intrecci di desideri, fantasmi, illusioni e pulsioni: due uomini e due donne tutti bellissimi e ricchi (la rockstar senza voce Tilda Swinton, il suo compagno documentarista e ex alcolista Matthias Schoenaerts, l'ex di lei, l'anarchico e scatenato produttore Ralph Fiennes e la giovane figlia di quest'ultimo, Dakota Johnson) che alternano statici, pigri e tesi soggiorni a bordo piscina nella loro splendida villa a incursioni in un mondo reale che attraversano rimandone in qualche modo impigliati.
Guadagnino, quando racconta nella prima parte del film le giornate molli di questi bellissimi e dei bellissimi luoghi, conferma la capacità di essere glamorous senza mai scadere nel patinato pubblicitario, e la grande eleganza formale del suo cinema. Col procedere della storia, quando l'esplodere delle tensioni e le incursioni nella commedia farsesca (con tanto di Corrado Guzzanti a fare il maresciallo dei Carabinieri) s'intrecciano vorticosamente, tra loro e con una realtà fatta di rifugiati, centri di accoglienza e annegamenti, il regista scommette, vincendo molto e perdendo qualcosa, più a causa di un sottile compiacimento che non per l'uso dei toni, dei temi e dei personaggi. Il problema, insomma, non di certo l'immenso Guzzanti.
E alla fine, anche grazie a Swinton e Fiennes, e malgrado la Johnson, A Bigger Splash è un film intrigante e coraggioso, da difendere dalle critiche acide che gli vengono rivolte.

Non suscita invece la stessa voglia di essere indulgenti El Clan, nuovo film di Pablo Trapero con cui si chiude la tripletta del concorso odierno. Il regista argentino lavora con un materiale narrativo davvero molto interessante: si parla infatti di Arqímedes Pucci, algido e ferreo patriarca di una famiglia che, dietro una facciata di rispettabilità, si occupava di sequesti di persona, sia per conto della dittatura militare negli anni della Guerra Sporca che per tornaconto personale. Ad aiutare l'uomo era soprattutto il figlio Alejandro e gli altri maschi, mentre le figlie ignoravano o voltavano la testa dall'altra parte, ed è soprattutto attorno al rapporto complesso tra Arqímedes e Alejandro (ritatto più come una vittima che come un vero e proprio complice) che El Clan è costruito.
Trapero, però, sembra aver perso lo smalto dei suoi film migliori, e gira un'opera un po' sciatta, dove la storia e la cronaca si accavallano come in una fiction televisiva, e dove ci si aggrappa a un uso forsennato e dissennato della musica (tutti brani di repertorio usati senza grande coerenza narrativa) per coprire la povertà della struttura.

Giustificato e tutt'altro che dissennato (e non avrebbe potuto essere altrimenti) è invece l'uso della musica in Janis, ennesimo documentario su una delle icone della storia del rock che vediamo ai festival e che debutterà nelle nostre sale. Diretto da Amy Berg, il film consiste nella solita alternanza tra immagini di repertorio e interviste ad amici e familiari che ripercorre una vita sempre troppo breve e percorsa a grande velocità dalla Joplin, ragazza irrequieta e affamata d'amore, di calore, di riconoscimento. Niente di straordinario, in questa rievocazione non solo della vita di una cantante ma di una stagione, un'epoca o un clima culturale, ma l'emozione comunque è tanta: perché la voce di Janis Joplin smuoverebbe anche i sassi, e perché una morte a 27 anni - talento o non talento, droga o non droga - è sempre e comunque una morte ingiusta.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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