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Al Festival di Berlino, la poesia di Crosscurrent vince sulla politica di Death in Sarajevo e Alone in Berlin

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Un film molto bello, quello del cinese Yang Chao; uno di medio livello, quello di Tanovic; uno decisamente mal riuscito, quello di Pérez.


Dopo quella di ieri, con gli alti di Téchiné e i bassi di Cartas da guerra e 24 Weeks, anche quella di oggi alla Berlinale è stata una giornata piuttosto discontinua, conferma di un concorso che appare a corrente un po' alternata.
Da un alto la poesia, dall'altro la politica e l'impegno, in questo lunedì berlinese, con la prima a battere le seconde con un triplice 6-0. Da un lato un film potente e sorprendente, dall'altro due opere di mestiere, furbe nel loro mascherare le debolezze e le ingenuità dietro i temi e le questioni che sollevano.

Partiamo dalla poesia, allora, che è meglio.
Partiamo da Crosscurrent, enigmatico e seducente film del cinese Yang Chao: un'esperienza spiazzante dal punto di vista narrativo, ipnotica da quello estetico. Il film di Yang Chao, col suo affondare le radici nella filosofia buddista e con l'ermetismo poetico del suo racconto, è uno di quello che ti spinge (o ti scostringe) a rinunciare a una lettura tradizionale, razionale, occidentale del suo racconto, e a fare della visione un'esperienza che tocchi corde profonde, emotive, istintuali. Lo fa, e se lo può permettere, complice un impianto formale potentissimo, e non lo per la splendida e variegata cornice naturale del fiume Yangtze, il Fiume Azzurro.
Perché quelle acque a bordo della sua nave da carico, risale il giovane Gao Chun, ed è su quelle sponde che, a ogni porto, cerca e incontra An Lu, un amore fantasmatico, forse perduto, raccontato dai poemi manoscritti che ha ritrovato nella stiva della sua nave e che sembrano raccontare e commentare lo stesso percorso che lui sta effettuando. Gao Chun e An Lu vanno paralleli e controcorrente, contro il fluire della vita, ringiovanendo e rincorrendosi, ma perdendosi sempre più, prigionieri entrambi dello spettro del loro amore e della loro storia.
La corrente, la foce e la sorgente, la fine che incontra l'inizio: Crosscurrent è esplicitamente e profondamente buddista, la storia di Gao Chun e An Lu un poema misterioso sul senso della vita e dell'amore che Yang Chao fotografa mescolando un 35mm nebbioso e sgranato e digitale, con scelte formali e narrative sorprendenti e affascinanti, capaci di alternare il minimalismo del gesto, del movimento, del dettagli alla grandiosità del paesaggio e alla complessità del tema e del sentimento.
Di certo uno dei film più belli del Festival, capace di ripagare della fatica (anche piuttosto relativa) che può richiedere.
4 stelle

Tutto quello che in Crosscurrent e sottile e spirituale, in Death in Sarajevo, il nuovo film di Danis Tanović, è decisamente più spiccio e concreto. Complesso, lo è ugualmente, forse: ma dalla complesistà della filosofia e dell'esistenza, qui si passa a quella bella politica. Perché il nuovo film del regista bosniaco altro non è che un libero adattamento (anzi, un allargamento) di “Hotel Europe”, la piéce scritta - e a volte anche interpretata - dal filosofo francese Bernard Henry-Lévy.
Come nel monologo teatrale, infatti, in un albergo della capitale della Bosnia ed Erzegovina un politico europeista francese prova il discorso che deve fare in occasione del centenario dell'assassinio dell'arciduca Franz Ferdinand per mano di Gavrilo Princip, e lo scoppio della I Guerra Mondiale. Per Tanović, però, le riflessioni sull'Europa di Henry-Lévy servono come punto di partenza per questioni che riguardano prima di tutto la sua terra: mentre l'uomo è chiuso nella sua stanza a recitare, infatti, nei piani inferiori dell'Hotel Europa si svolge una lotta ovattata ma aspra tra la direzione e il personale che vuole scioperare perché senza stipendio da due mesi, mentre sul tetto si svolge lo scontro dialettico tra una giornalista e uno dei suoi ospiti, che è quello eterno tra bosniaci e serbi, ancora gravido dei rancori di una storia atroce e troppo recente.
Tanović, questa volta, si dimostra furbo, e sa come accattivarsi lo spettatore: gira vorticosamente, seguendo i personaggi in lunghi piani sequenza lungo i corridoi, le cucine e le lavanderie dell'hotel, ammiccando al walk & talk sorkiniano e a film corali alberghieri come Bobby. Gioca la carta sfacciata della politica e il jolly dell'ironia, ma col progredire delle vicende e l'inasprirsi dei conflitti, cede il posto alla rigidità e la pesantezza dell'ideologia troppo sfacciata, trasformando lo spirito del film da quello di una satira tagliente a quello di un dramma politico che vuole lasciare il segno del Tema e della riflessione.
2 stelle e mezzo

Un regista svizzero ma di padre spagnolo e madre tedesca (Vincent Pérez), un protagonisti irlandese (Bredan Gleeson) e una protagonista inglese (Emma Thompson), un celebre romanzo (“Ognuno muore solo”, di Hans Fallada) ispirato a una storia vera. Sono questi gli ingredienti di Alone in Berlin: che - date le sue premesse - non poteva non essere presentato qui in concorso (o forse sì), e che racconta di Otto e Anna Quangel (che nella realtà, erano Otto e Elise Hampel), coppia berlinese che, dopo la moglie del figlio al fronte nel 1940, iniziarono a disseminare segretamente per la strade della capitale tedesca delle cartoline anti-Hitler e anti-regime.
Pérez sembra voler fare del romanzo di Fallada (definito da Primo Levi “uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo”) un thriller impegnato capace di far riflettere sulla vita sotto un regime e sulle diverse reazioni che i singoli possono avere, il che va anche bene. Si vuole parare le spalle con una confezione di lusso, e va bene uguale. Peccato però che, nonostante tutti i suoi sforzi e la performance di un Gleeson in gran spolvero, sempre minimalista e understated, Alone in Berlin si avvicini più al modello di fiction di prima serata ad alto budget che a quello del cinema di qualità. Piatto e un po' banale, il film di Pérez si aggrappa al Grande Tema, ma non basta a farlo stare a galla da solo; e Daniel Brühl nei panni di un investigatore schiacciato psicologicamente e non dall'ingerenza delle SS regala una delle peggiori interpretazioni della sua carriera.
1 stella e mezzo

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