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Aferim - la recensione del film rumeno in concorso alla Berlinale 2015

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Il racconto della Romania di inizio '800 diretto dal giovane Radu Jude.

Aferim - la recensione del film rumeno in concorso alla Berlinale 2015

Nell'esplosione della nouvelle vague di film provenienti dalla Romania mancava l'affresco in costume come Aferim, che ci porta nella prima metà del XIX secolo nella Valacchia che solo qualche decennio dopo si sarebbe unificata dando vita allo stato nazionale rumeno. Il protagonista è quello che potremmo definire una via di mezzo fra un poliziotto dell'epoca e un cacciatore di taglie che viaggia per il paese insieme al figlio alla ricerca di uno schiavo fuggitivo di etnia rom.

Se la dittatura comunista di Ceausescu è stata protagonista del cinema rumeno degli ultimi tempi che si è fatto apprezzare nei festival più importanti del mondo, è sul suo passato meno recente che il regista Radu Jude crede valga la pena porre l'attenzione. Un tentativo, il suo, di iniziare un processo consapevole di (psic)analisi per guarire la società rumena di oggi scoprendo da dove viene e di conseguenza capire come calibrare la direzione in cui andare.

Nel farlo Jude ha effettuato delle approfondite ricerche trovando alcuni casi reali che lo hanno ispirato per realizzare Aferim , un film dall'andamento a dorso di cavallo, qualche volta di mulo, spesso al trotto, ma ogni tanto con accelerate al galoppo. Picaresco e truce, ironico e spietato è il ritratto di un paese rurale, povero, in cui la schiavitù è ancora presente nella quotidianità, con una nobiltà in grado di disporre della sorte dei suoi sudditi in maniera quasi feudale. Fra impero ottomano e l'ingombrante vicinanza del grande vicino slavo, Aferim (espressione turca traducibile in 'ben fatto') è ambientato durante una delle tante guerre russo turche. La Valacchia ha visto tentativi riformatori, come in tutta Europa, e le occupazioni russe e turche hanno costantemente influito sulla lingua, le abitudini e perfino il modo di vestire della sua popolazione.

Abolizione della schiavitù, riduzione dell'ingombrante ruolo della Chiesa nella società, rispetto delle diversità, come nel caso dell'eterna minoranza perseguitata rom. Sono tanti gli aspetti che si insinuano nel viaggio dei due protagonisti, non sempre facili da seguire per un pubblico non a conoscenza della storia rumena, il che pone qualche problema di fruizione. Rimangono però le qualità di un film che usa i canoni del western per raccontare la schiavitù gitana con uno stile visivo che sembra uscito da una cartolina balcanica ingiallita, ma non nostalgica.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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