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Adrien Brody al Locarno Festival 2017, dai traumi con Malick all’Oscar

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Il vincitore dell’Oscar per Il pianista si racconta in Ticino.

Adrien Brody al Locarno Festival 2017, dai traumi con Malick all’Oscar

Adrien Brody se la vuole presendere più comoda. L’ultimo paio d’anni l’ha trascorso a coltivare una sua passione, quella per la pittura, e in questi giorni si trova insieme ai genitori in Svizzera, dove ha ricevuto il Leopard Club Award al Locarno Festival. Occasione per incontrarlo e fare il punto della situazione su una carriera che non attraversa magari la fase di frenesia seguita alla vittoria degli Oscar per Il pianista, ma lo vede più riflessivo e attento ai ruoli da scegliere. Si è commosso, occhi inumiditi, quando ha ricevuto il riconoscimento da una manifestazione che ben rappresenta quell’idea della professione di attore, come artista in continua esplorazione, rivendicata dal talentuoso interprete del Queens.

Parlando delle sue radici ha sottolineato il salto nel vuoto che ha rappresentato per lui, proveniente da un contesto sociale disagiato, sopravvissuto a 16 anni di lotta quotidiano come attore che non sfondava, venire catapultato fra “i pochi fortunati”. Accolto nei salotti e fra le élite di Hollywood, in un livello sociale molto agiato e molto decadente, tanto da dividere la sua vita fra un prima e un dopo Il pianista. “Ci sono momenti che trasformano la tua vita, come quando ho lavorato a quel film, e due anni dopo ho vissuto l’effetto che ha avuto sulla gente e sulla mia carriera. Mi ha reso adulto, mi sento molto fortunato per aver lottato buona parte della mia vita, pagato poco, spero di ispirare altri che si arrangiano, come feci io. Ho cercato di prendere rischi e restare fedele a un percorso artistico, più che accettare la via più facile e breve”.

Non sempre è stato facile, per Brody, che non butta tutto di quegli anni. “È facile sentire la mancanza di quel periodo e dimenticare molta della sofferenza e disperazione che viene vivendo nel mucchio pur sapendo il tuo potenziale, come succede a molti. Tornando indietro la grande perdita è stata l’anonimato; mi fa piacere entrare nella vita delle persone con i miei ruoli, ma è difficile arrivare preparati alla celebrità. Non tornerei indietro, ma c’era della bellezza nella possibilità di osservare gli altri senza esserlo prima tu. Per un attore è una dinamica chiave, questa interazione naturale”.

Riguardo al suo metodo, l’attore individua un aspetto cruciale da cui partire. “Recitare il meno possibile. Se devo zoppicare, metto delle pietre in tasca, altrimenti non potrei farlo. Devo connettermi alla realtà del personaggio, aprirmi a una nuova consapevolezza e una connessione emotiva con quello che il mio personaggio sta provando; mi aiuta anche a non badare alle distrazioni intorno a me, come la troupe che si muove o il pensiero di cosa mangiare la sera. Faccio delle ricerche e parlo con più persone possibili. Nel Pianista si verifica una progressiva degradazione del personaggio, spogliato della civiltà e umanità, riproducendo il percorso ignobile della civilizzazione in quegli anni. Cerco di lavorare meno negli ultimi tempi, scegliendo ruoli che mi permettano di trovare una connessione con un pubblico più ampio, ma che mi tocchino anche in prima persona. Perché no anche una serie televisiva, quando troverò quella giusta che meriti un impegno totale lungo anni. È la bellezza di quello che faccio”.

Andando nello specifico ha rievocato alcune esperienze, alcuni dei film più amati che l’hanno coinvolto, cominciando da Summer of Sam di Spike Lee. “È stato un periodo molto eccitante, il ruolo dava molte munizioni in canna a un attore giovane e molto entusiasta. Oltretutto lo volevano molti nomi famosi, ma alla fine sono stato io a farmi la cresta e andare in giro sfatto per New York, la mia città. Quando lo facevo fuori dal set, per entrare nel personaggio, mi ricordo l’intensità degli sguardi della gente, che arrivava anche a cambiare marciapiede pur di non passarmi accanto. È un’esperienza che mi è rimasta, ed è uno dei temi del film”.

Più delicato parlare de La sottile linea rossa, che doveva essere il film del lancio della sua carriera, quattro anni prima del Pianista. Come ricorderete avrebbe dovuto essere il protagonista del film di Terrence Malick, ma poi… “Non è stata l’esperienza più facile, il mio ruolo è alla fine molto ridotto rispetto ai piani, dopo una lavorazione durissima in cui ho vissuto nella giungla, mi sono sottoposto a un addestramento militare con le truppe speciali russe. Come un soldato a tutti gli effetti, ci ho messo il cuore e Terry ha fatto poi un film molto diverso. Ricordo la sensazione di perdita, di aver capito cosa provassero i soldati tornando a casa e nella società senza che nessuno capisse quello che avevano passato, sacrificato. Non ho ottenuto il riconoscimento che speravo, ma ne ho guadagnato in forza e comprensione di cosa voglia dire subire una perdita; e forse questo mi ha aiutato con il personaggio di Władysław Szpilman ne Il pianista. Credo che le cose succedano per una ragione”.

Vedremo presto Adrien Brody in un ruolo da guest star (“mi sono divertito molto”) nella quarta stagione della serie Peaky Blinders, creata da Steve Knight.


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