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Addio a Dino Risi, l’uomo che amava le donne

Si è spento sabato 7 giugno all’età di 91 anni il grande maestro Dino Risi. E’ morto al residence Aldrovandi dove da anni aveva scelto di vivere “per comodità”, come diceva lui, “perché se mi si rompe un rubinetto non devo neanche chiamare l’idraulico. Chiamo la reception e loro lo fanno aggiustare”. Stamani alla Casa del Cinema di Rom...

Addio a Dino Risi, l’uomo che amava le donne

Addio a Dino Risi, l’uomo che amava le donne

Si è spento sabato 7 giugno all’età di 91 anni il grande maestro Dino Risi. E’ morto al residence Aldrovandi dove da anni aveva scelto di vivere “per comodità”, come diceva lui, “perché se mi si rompe un rubinetto non devo neanche chiamare l’idraulico. Chiamo la reception e loro lo fanno aggiustare.”

Stamani alla Casa del Cinema di Roma sarà allestita la Camera ardente per dargli l’ultimo laico saluto. E proprio alla Casa del Cinema avevamo avuto nell’aprile del 2007 il raro privilegio di incontrarlo emozionati e un po’ intimiditi dalla sua presenza, dalla sua leggendaria “cattiveria”, trovando invece un uomo estremamente amabile ma molto provato dalla sua grande nemica: la vecchiaia e la malattia.
L’occasione dell’intervista era stata il restauro fatto dalla Philip Morris Progetto Cinema (che proprio con questo aveva scelto di chiudere la sua benemerita e lunga attività in favore del recupero delle grandi pellicole italiane) de Il segno di Venere, suo bellissimo film del 1955, con Franca Valeri – anch’essa presente - Sophia Loren, Tina Pica, Peppino De Filippo, Vittorio De Sica e Alberto Sordi. Un piccolo gioiello di comicità amara e malinconica, che era il suo tratto più distintivo assieme alla sua incredibile capacità di dipingere un’Italietta disperata, personaggi maneggioni, maschere grottesche dell’arte di arrangiarsi.

Se all’aspetto appariva fragilissimo, appoggiato al suo bastone e sordo da un orecchio, dopo la conferenza stampa si concesse a un paio d’ore di interviste senza neanche mangiare. Non stupisce quindi la notizia che proprio il 4 giugno di quest’anno era sceso a Castelvolturno al festival Fil.mare per prendere un premio e incontrare Stefania Sandrelli, e nell’occasione si era anche recato sul set del film Fort Apasc, diretto dal figlio Marco. Tre giorni dopo, alle 12 e 30, spirava immaginiamo serenamente, magari sorridendo dentro di sé sul dispetto fatto a chi avrebbe dovuto saltare la pausa pranzo per correre in redazione e buttar giù fiumi di parole su di lui.

E di parole, non sempre benevole, su se stesso e sugli altri, il grande cinico ne aveva spese molte in "I miei mostri", la sua magistrale autobiografia pubblicata nel 2004, alla pari, nei nostri ricordi di lettori del genere, solo con quelle di Luis Bunuel e di Gloria Swanson: una irriverente mescolanza di ricordi, ritratti e bozzetti di rara sincerità. Al cinema nessuno come lui ha saputo coniugare l’apparente spensieratezza di commedie come Pane amore e… - 1955, terzo film della serie inaugurata da Luigi Comencini, suo primo successo commerciale - e Poveri ma belli, del 1957 (con un seguito, Belle ma povere, nello stesso anno), all’analisi spietata della vita di tanti poveri cialtroni che fanno quel che possono, cercando di farsi passare per quello che non sono: l’altra faccia dell’Italia del boom col suo sogno di benessere per tutti, la sua cultura dell’edonismo e il mito del successo a portata di tutti, che tante vittime avrebbe fatto nei decenni seguenti producendo personaggi che saremmo arrivati a conoscere fin troppo bene nella vita pubblica.

Pensiamo a film come Il vedovo (1959) con la splendida coppia Alberto Sordi-Franca Valeri, alla sua opera simbolo, Il sorpasso con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant (1962), ma soprattutto ai suoi capolavori: Una vita difficile (1961) con Alberto Sordi e quel gioiello che è Il giovedì (1963), con il padre separato Walter Chiari, un fallito che vuole essere per il figlio che vede una volta a settimana quello che non è, e che alla fine riuscirà comunque a conquistarlo proprio perché gli si mostra per quello che è, un padre bambino e irresponsabile ma capace di slanci e pieno di amore per lui.

Con Dino Risi scompare un autentico gigante della settima arte il cui percorso di vita è stato particolare come la sua carriera: milanese trapiantato a Roma, psichiatra in obbedienza ai desideri famigliari (una famiglia alto borghese, un fratello, Nelo, documentarista) ma non per vocazione, esercita inizialmente la professione a Genova. Scoperto da Carlo Ponti, che acquista il suo cortometraggio Buio in sala (1947) e gli “impone” nel cast dei suoi primi film la sua protetta Sophia Loren, si butta a capofitto nel cinema, è aiuto regista di Mario Soldati e Alberto Lattuada, e sui set si innamora perennemente, come Carlo Ludovico Bragaglia prima di lui, delle sue attrici.

Seduttore passionale e sfrontato, amava dire che la sua vita non aveva più senso da quando “non posso più corteggiare una donna”. Fino all’ultimo Dino Risi ha mantenuto inalterata la sua arguzia e la sua tagliente lucidità nei confronti di se stesso e del prossimo. Impossibile non citare, nella galleria dei suoi film indimenticabili Il mattatore (1960), La marcia su Roma (1963), I mostri (1963), il suo episodio de I complessi (Una giornata decisiva, 1965), L’ombrellone (1966), Profumo di donna (1974, due candidature all’Oscar, Gassman premiato a Cannes come miglior attore e un remake americano).

Ognuno, poi, ha nel cuore il suo film di Risi preferito. Alla fine del nostro incontro gli chiesi dunque di autografarmi quello che definii, strappandogli un sorriso e un ringraziamento compiaciuto, “il mio antidoto contro la tristezza”, il dvd di Straziami ma di baci saziami (1968), con Pamela Tiffin, uno splendido Nino Manfredi in versione burina e un poetico Ugo Tognazzi in una tenera performance alla Harpo Marx. Un film che potremmo quasi considerare la versione risiana de La fiamma del peccato, o de Il postino suona sempre due volte, e che con la semplice forza della sua commedia dimostra quanto Dino Risi amasse la vita e sapesse dispensare da grande chef il sale dell’ironia per mascherarne le amarezze.

Ci mancherà davvero molto. In fondo era consolante sapere che forse, passando sotto le finestre del suo appartamento al Residence Aldrovandi, con un po’ di fortuna avremmo potuto vederlo affacciarsi, ad osservare l’aquila prigioniera del Bioparco sulla cui voliera si affacciava la sua camera.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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