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A Roma debutta un erede per lo Studio Ghibli. Ed è finalmente Carlos

Dopo l'entusiasmo dei primi giorni e l'affollamento del weekend, e complice un programma che lascia semivuoti gli ultimissimi giorni di manifestazione, l'Auditorium di Roma torna ad essere semivuoto


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A Roma debutta un erede per lo Studio Ghibli. Ed è finalmente Carlos


Dopo l'entusiasmo dei primi giorni e l'affollamento del weekend, e complice un programma che lascia semivuoti gli ultimissimi giorni di manifestazione, l'Auditorium di Roma torna ad essere semivuoto e un po' isolato dal resto del mondo. Nonostante questo, qualche film degno di nota si vede ancora.

È il caso, ad esempio, di Arrietty, nuova produzione dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki, che è stato presentato dal Festival di Roma fuori concorso. È stato proprio il grande Miyazaki a volere un adattamento dei racconti per ragazzi della britannica Mary Norton che vedono protagonisti i Rubacchiotti, minuscole persone alte una decina di centimetri che vivono nascoste nelle case degli umani rubacchiando – o “prendendo in prestito”, come vuole la versione originale del loro nome, i Borrowers – piccole cose in eccesso o incustodite che usano per sfamarsi e sopravvivere.
Arrietty prende il titolo dal nome della sua protagonista, una rubacchiotta 14enne che vive nascosta in una grande casa di campagna e che stringe un legame d’amicizia con un coetaneo umano che si è appena trasferito lì: un legame che però rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza della piccola e della sua famiglia.
Con la collaborazione in sceneggiatura e in produzione del patron della Ghibli, e diretto da Hiromasa Yonebayashi (che debutta così nella regia dopo anni passati come animatore per i titoli più noti di Miyazaki), Arrietty è una favola dai ritmi placidi e dai sentimenti soffusi, che avvolge lo spettatore con calore e dolcezza, che lo prende per mano e lo accompagna senza strattoni lungo un cammino narrativo che parte alternando umorismo e suspense e che lentamente si fa storia d’amicizia piena di dignità e di contegno.
Investito di una grande responsabilità, Yonebayashi non cede sotto pressione, e riesce a realizzare un film che cattura senza esitazioni lo spirito, l’estetica e la poetica dello Studio Ghibli, azzeccando non solo i toni dei rapporti tra i suoi protagonisti ma anche quelli relativi alla creazione di un universo di cose e personaggi che sono secondari solo per convenzione ma che invece rivestono una grande importanza per la completezza e la rotondità dell’opera tutta. Arrietty, per il suo non essere storia originale, non può essere ancora il film che conforta sulla nascita di un nuovo talento creativo e immaginifico in casa Ghibli, ma – ferma restando la sua insostituibilità come artista – Miyazaki può comunque sorridere soddisfatto di fronte ad un possibile erede in grando di tenere alto il nome dello studio che ha fondato.

Il Festival di Roma ha poi rimediato oggi alla questione relativa a Carlos: il film di Olivier Assayas che non era stato proiettato due giorni fa come previsto originariamente da programma, è stato finalmente offerto al pubblico dell’Auditorium: copia in 35mm arrivata dalla Francia e una selezione di quattro minuti dell’intervista rilasciata dal regista ai colleghi di Rai Movie posizionati in testa al film come parzialissimo riconoscimento del previsto incontro con il pubblico previsto il giorno ufficiale dell’evento.
Ridotte e due e 45 le quasi cinque ore e mezza della miniserie originale realizzata per il mercato televisivo, Assayas non cambia sguardo e scopo: nel suo film sono raccontati vent’anni della vita di uno dei terroristi più famosi della storia, dal 1973 al 1994, ricostruendo sullo sfondo le complesse e affascinanti vicende dell’epoca ma soprattutto indagando altre questioni altrettanto complesse e affascianti. Quelle relative all’identità e alla personalità dell’uomo nato Ilich Ramirez Sanchez e poi divenuto celebre con il nome di battaglia di Carlos.
Nonostante la durata, Carlos è un film secco, diretto ed essenziale: Assayas non si perde il fronzoli registici né indugia in forzature narrative, concentrando i suoi sforzi sull’azione, sui gesti, sui movimenti del suo protagonista. Ché, come il regista stesso sostiene nell’intervista, “la psicologia è controrivoluzionaria”. Eppure, nonostante questo approccio che così poco spazio lascia all’introspezione, Carlos riesce ottimamente nell’esposizione di una figura di grande complessità, catturandone soprattutto la dimensione che l’ha resa celebre, ovvero quella di aver fatto di sé stesso una figura popolare, in grado di catturare l’attenzione mediatica, di essere – a suo modo – una star. Il tratto di personalità di Carlos che maggiormente emerge dal ritratto che ne viene fatto è quello di un uomo che, pur seriamente mosso da ideali politici e rivoluzionari, vede nei suoi atti non solo la risposta ad impulsi ideali ma anche – e forse col procedere del tempo soprattutto – la soddisfazione di bisogni meramente edonistici ed egoistici, l’affermazione di sé stesso: tratto in fondo comune a buona parte dei protagonisti della lotta armata, ma in questo caso quasi patologicamente evidente. Ed esemplare in questo senso è la sua ossessione per il corpo e l’idea delle armi come un’estensione dello stesso e della sua virilità, anche intesa in senso sessuale: non a caso l’arresto di Carlos è avvenuto poco dopo una sua operazione per problemi di varicocele.
Assayas non rifugge le contraddizioni del personaggio che racconta ma le abbraccia e le persegue, senza alcuna forma di adesione o di mimesi, ma descrivendole con interesse antropologico e mai paternalista. E adatta il fuoco della sua macchina da presa agli spostamenti e agli scarti di Carlos, seguendolo in quel percorso ondivago ma paradossalmente coerente che lo porta a passare dall’essere un militante del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina di Wadi Haddad a una sorta di free lance del terrorismo mondiale, pronto a spalleggiare le esigenze della nazione in grado di offrigli denaro, protezione e armi per il perseguimento di un progetto rivoluzionario sempre (più) fumoso e indefinito.
Vorticoso, affascinante, violento e cosmopolita, come il personaggio, gli eventi e i tempi che racconta, Carlos è indubbiamente il migliore dei tanti prodotti che di recente hanno raccontato le vicende gangsteristiche o terroristiche di quegli anni: ed è una fortuna che già la Paco Pictures stia lavorando ad una sua distribuzione cinematografica e televisiva.


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