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A Hidden Life e gli altri presentati nei primi giorni del Toronto Film Festival

Spicca anche The Personal History of David Copperfield, nuovo lavoro di Armando Iannucci.

A Hidden Life e gli altri presentati nei primi giorni del Toronto Film Festival

Il Toronto Film Festival 2019 ha aperto i battenti presentando alla stampa nei primi due giorni molte opere provenienti da altre manifestazioni di cinema internazionali. Le antperime mondiali più importanti presenti in Canada arriveranno quasi tutte nella parte centrale del festival; la qualità elevata delle opere vista fino a ora ha permesso comunque al TIFF di iniziare nel migkiore dei modi. ecco un breve sommario dei film visti:

Grazie al prezioso A Hidden Life Terrence Malick è tornato a un cinema più narrativo, dove la poetica visiva e il discorso sulla natura umana e la sua trascendenza vengono canalizzati in una storia finalmente scandita con ricchezza. Il cineasta mette in scena la frizione tra due ordini superiori, quello creato dall’uomo con la sua idea di Nazione e quello di Dio, come sempre nel cinema di Malick rappresentato attraverso la bellezza e la potenza della natura. Terreno di battaglia tra le forze antitetiche è un essere umano, Franz, ex-soldato ora contadino i cui principi morali lo costringono a rifiutare di prestare giuramento al partito nazista. Eppure in sostanza a prevalere non è nessuna delle opposte fazioni, ma l’uomo stesso: A Hidden Life infatti  racconta con precisione emotiva come la disobbedienza civile sia un atto che può anche non influenzare il mondo che ci circonda, ma definisce la libertà umana in maniera più profonda e importante di molti altri gesti. L’eredità spirituale di Franz, trasmessa anche soltanto alla moglie e alle sue figlie, alla fine si rivela più potente di qualsiasi entità ritenuta “superiore”. Malick ha messo in scena il potere dell’etica e della dignità del singolo individuo come raramente è accaduto negli ultimi anni di cinema. A Hidden Life è un film magnifico da vedere - una nota di merito deve andare alle musiche di James Newton Howard- e con un’anima intima, vibrante. Uno dei migliori film del 2019, già presentato allo scorso Festival di Cannes.

Con un’operazione che richiedeva una notevole dose di coraggio Shia LaBeouf ha scelto di portare sul grande schermo la relazione distruttiva che da bambino lo legava al padre-padrone James. Honey Boy vede Lucas Hedges nel ruolo dell’attore ai tempi della riabilitazione dopo gli abusi di alcool e sostanze che avevano caratterizzato l’apice della sua carriera; Noah Jupe invece interpreta il protagonista a dodici anni, con lo stesso LaBeouf invece nel ruolo di suo padre, in quella che fin da subito appare per lui come una dolorosissima prova catartica. Il film diretto da Alma Har’el possiede una sincerità che riesce a far dimenticare anche qualche ingenuità di fondo presente nella sceneggiatura scritta da LeBeouf. Più di un momento di Honey Boy rimane impresso nella memoria emozionale dello spettatore, soprattutto grazie alla prova memorabile dei tre attori protagonisti. Nota positiva della storia sta nel fatto che mentre il rapporto tra padre e figlio viene costruito attraverso un arco narrativo compiuto, la vicenda personale che riguarda il solo LaBeouf e i suoi problemi rimane “aperta”, volutamente incompiuta. Insomma, un cosiddetto “work in progress” come l’attore stesso sembra ancora oggi essere.

Colpiscono in profondità la stringatezza e la precisone nell’esposizione di The Report, storia di Daniel J. Jones, incaricato di redigere un dossier sui sistemi di “interrogatorio” (leggete pure “torture”) impiegati dalla CIA dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001. Il film di Scott Z. Burns non concede nulla allo spettacolo se non la rappresentazione precisa di come tale rapporto sia stato redatto in maniera precisa da Jones, interpretato da un sempre più carismatico Adam Driver. Nella miglior tradizione del cinema americano d’indagine e impegno politico, The Report si segnala per una lucidità di racconto che mette i fatti davanti ai personaggi, riuscendo comunque a trovare un ottimo equilibrio tra ricostruzione della realtà e drammatizzazione. Ottimo il cast di attori a supporto composto da Annette Bening, Jon Hamm, Michael C. Hall, Maura Tierney e Corey Stoll in un brevissimo cammeo.

Vincitore della sezione Un Certain Regard a Cannes, The Invisible Life of Eurídice Gusmão è la trasposizione cinematografica del romanzo d’esordio di Martha Batalha. La storia di due sorelle nella Rio De Janeiro dei primi anni ‘50 è una miscela molto ben amalgamata di rimandi al realismo poetico di molta letteratura sudamericana con il ritratto psicologico emozionante di due giovani donne tanto diverse tra loro quanto unite da un legame indissolubile. Diretto da Karim Aïnouz, il melodramma funziona soprattutto a livello emotivo, e la partecipazione finale della grande Fernanda Montenegro - Nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista per Central do Brasil di Walter Salles - impreziosisce un prodotto già ricco di fascinazioni e sentimenti densi.

Con True History of the Kelly Gang (anteprima mondiale) il cineasta australiano Justin Kurzel conferma di essere un cineasta capace di proporre una visione personale e molto potente, come già dimostrato soprattutto dal Macbeth con Michael Fassbender e Marion Cotillard. In questo western livido che racconta la storia del famoso criminale australiano Kurzel dimostra di saper contenere il proprio estro visivo in una prima parte molto ben calibrata, misurata sull’infanzia del protagonista. Pian piano invece il cineasta libera il proprio estro cinematografico costruendo una seconda metà visionaria, la quale nella scena della resa dei conti con le forze dell’ordine scivola nell’estetica dell’horror. True History of the Kelly Gang è un lungometraggio visibilmente spaccato in due, eppure l’effetto totale è a tratti ipnotico. Nel cast Charlie Hunnam, Russell Crowe e Nicholas Hoult che fanno da spalla preziosa al protagonista George MacKay.

La vena satirica di Armando Iannucci questa volta si confronta con il genio letterario di Charles Dickens in The Personal History of David Copperfield (altra anteprima mondiale) adattamento libero e gioiosamente corrosivo del leggendario testo. L’autore di Veep e The Death of Stalin ha scelto un cast multirazziale per prendersi gioco non tanto di Dickens quanto della sua stessa tradizione “very british”: in un momento socio-politico come quello che sta vivendo l’Inghilterra alle porte della scellerata uscita dalla UE, questo film appare come un netto sberleffo a chi ha ideato e soprattutto votato l’ormai famigerata e imminente Brexit. The Personal History of David Copperfield funziona soprattutto se si conosce il testo, e la “letterarietà” della sceneggiatura spesso appesantisce il ritmo del racconto. Ma questo non incide più di tanto sulla qualità finale del prodotto, reso ancor più fresco e spumeggiante dalla voglia di mettersi in gioco di un cast di attori favoloso, che comprende oltre al protagonista Dev Patel anche Tilda Swinton, Peter Capaldi, Ben Whishaw e uno strepitoso Hugh Laurie.

L’adattamento cinematografico americano de Il capitale umano di Stephen Amidon, arrivato a sei anni dalla versione nostrana diretta da Paolo Virzì, si dimostra nettamente inferiore a quella del cineasta toscano. Diretto da Marc Meyers (My Friend Dahmer), Human Capital spreca il talento di attori come Liev Schreiber, Marisa Tomei, Peter Sarsgaard e Maya Hawke in una storia che non prende mai il volo, costruendo un melodramma sociale il quale rimane sempre e soltanto in superficie. Se Virzì aveva sapientemente adoperato il testo di Amidon per realizzare una sferzante satira di (mal)costume italiano, Meyers non sembra voler fare questo oppure semplicemente non ci è riuscito, e il suo prodotto tutto sommato non arriva mai al cuore o alla mente dello spettatore.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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